Benvenuti su Riflessioni Filosofiche

Pensieri, intuizioni e riflessioni dedicate allo spirito umano, alla serenità interiore e alla ricerca di un significato più profondo del vivere.

Chi sono

Sono Luigi Squeo , un ingegnere informatico appassionato di filosofia. Attraverso articoli, racconti e riflessioni condivido idee e strumenti per comprendere meglio noi stessi, coltivare la consapevolezza e affrontare con maggiore serenità le sfide dell'esistenza.

mercoledì 3 giugno 2026

A 42 anni, una tempesta cambiò la mia vita per sempre



Era una notte insolita e tempestosa.

Una di quelle notti che ti avvolgono, ti attraversano l'anima e ti restano impresse nella memoria per sempre.

Fuori, il vento fischiava e ululava senza tregua. Se avessi avuto il coraggio di uscire sul terrazzo, avrei visto le onde infrangersi violentemente contro gli scogli, trasformando il mare in uno spettacolo affascinante e inquietante allo stesso tempo.

Erano circa le due del mattino e io ero ancora sveglia.

Distesa nel mio letto, quel rifugio che ogni sera mi proteggeva come un guscio sicuro, lontano dalle inquietudini del mondo, cercavo invano il sonno.

Non avevo mai avuto difficoltà ad addormentarmi. Ma quella non era una notte come le altre.

A farmi compagnia non c'era soltanto il vento.

C'erano i miei pensieri.

Non quelli abituali, che accompagnano dolcemente verso il riposo. Quella notte i pensieri si accalcavano nella mia mente, impazienti di essere ascoltati, spingendosi l'uno contro l'altro con la stessa urgenza di cuccioli appena nati che cercano il latte della madre.

Tra tutti, uno prevaleva sugli altri: il pensiero del mio compagno, amante, amico di sempre, con il quale avevo parlato poche ore prima.

«Non hai più l'età per diventare mamma», mi aveva detto con aria preoccupata. «Non è una cosa semplice, lo sai. Anch'io vorrei un figlio e mi piacerebbe crescerlo insieme a te, ma cambierebbe completamente le nostre vite. E poi preferirei aspettare il risultato dell'amniocentesi prima di decidere cosa fare.»

Solo poche ore prima avevo scoperto, inaspettatamente, di essere incinta.

A quarantadue anni.

«Ne riparliamo domani», aveva concluso prima di salutarmi.

Ma quelle parole avevano aperto dentro di me una ferita di dubbi e paura.

Così, sola in quella notte fredda e agitata, sdraiata sul fianco sinistro con gli occhi socchiusi, desideravo che il tempo si fermasse. Avevo bisogno di capire. Avevo bisogno di scegliere.

Ascoltavo il vento.

E, quasi per incanto, mi sembrò che parlasse con me.

Mi avvolgeva come un abbraccio invisibile e mi raccontava emozioni appartenenti a una vita non ancora vissuta.

Mi diceva:

"Ti sveglierai ogni mattina prima di lui, soltanto per guardarlo dormire. Lo accarezzerai con il tuo respiro e sarai felice di nutrirlo del tuo amore ancora prima che del tuo latte."

"Non ti importerà il colore dei suoi occhi né a chi assomiglierà. Saprai soltanto che è unico e che porterà per sempre nel cuore l'amore che gli hai donato."

"Giocherai con lui ovunque vorrà. Diventerai un portiere di calcio per parare i suoi rigori e riderai delle sue vittorie come fossero le tue."

"Fingerai di essere triste per ricevere i suoi abbracci e ascolterai in silenzio i suoi racconti di bambino, prima, e quelli di adolescente, poi, quando ti parlerà dei suoi primi innamoramenti."

"Ti trasformerai in medico quando sarà malato, nascondendo le tue paure dietro un sorriso rassicurante. Sarai per lui una coperta calda: presente, protettiva, ma mai soffocante."

"Gli insegnerai a difendersi dalle ingiustizie del mondo e a credere nella speranza anche quando tutto sembrerà crollargli addosso."

"E lui non smetterà mai di cercarti. E quando sarà abbastanza grande da non voler più camminare tenendoti per mano, il tuo amore diventerà il vento sotto le sue ali."

Le domande che una donna si pone quando decide di mettere al mondo un figlio possono fare paura.

Per questo spesso ci si concentra sull'evento più vicino: la nascita, il miracolo della vita che prende forma.

Io, invece, quella notte non pensai al parto.

Pensai alle emozioni che già sentivo mie.

Pensai a quanto sarebbe stato disumano ignorarle.

Pensai all'amore che avevo custodito per anni e che finalmente trovava una strada per esistere.

Pensai alla mia vita che stava generando un'altra vita.

E compresi che, per me, quel bambino era già un dono.

Il vento mi aveva davvero parlato?

Oppure stavo semplicemente cercando un sostegno per una decisione che, nel profondo, avevo già preso?

Guardai l'orologio.

Strinsi nella mano lo stick del test di gravidanza.

Presi il telefono.

E mentre sentivo dentro di me il miracolo della vita, scrissi un messaggio al mio compagno.

Una sola frase.

Decisa.

Definitiva.

"Il mio bambino nascerà. Senza amniocentesi."


martedì 2 giugno 2026

Nessuno voleva occuparsi di lui: la lezione di umanità

 

Mi chiamo Teresa, e ormai gli anni sono tanti. 

Le mani che un tempo lavoravano svelte tra le corsie dell'ospedale oggi tremano leggermente, e la memoria a volte si perde tra le pieghe del tempo. 

Eppure ci sono ricordi che non sbiadiscono. Rimangono vivi, come se fossero accaduti ieri. Uno di questi riguarda suor Maria Bertilla.

Allora lavoravo all'ospedale di Treviso. 

Erano anni difficili. La guerra aveva lasciato ferite profonde e il dolore sembrava abitare ogni stanza.

I malati arrivavano continuamente: soldati feriti, contadini consumati dalla fatica, donne indebolite dalla miseria, anziani abbandonati a sé stessi. 

Non c'erano abbastanza medicine, non c'era abbastanza personale, e spesso non c'era nemmeno il tempo per una parola gentile.

Ricordo bene una mattina d'inverno. Faceva freddo e una nebbia fitta avvolgeva la città. 

Le finestre dell'ospedale erano appannate e nei corridoi si sentiva l'odore pungente dei disinfettanti mescolato a quello delle stufe a carbone.

In uno dei reparti era stato ricoverato un uomo anziano proveniente da un piccolo paese della campagna vicentina. 

Nessuno conosceva bene la sua storia. 

Sapevamo soltanto che viveva da solo e che era stato trovato in condizioni molto gravi. 

Era debole, malnutrito e affetto da una malattia che lo consumava lentamente. 

Non riceveva visite. Nessuno chiedeva sue notizie.

Molti provavano compassione per lui, ma le urgenze erano tante e inevitabilmente l'attenzione si concentrava sui casi più gravi. 

L'uomo passava intere giornate in silenzio, con lo sguardo perso verso il soffitto.

Una mattina lo sentii lamentarsi. Non erano grida. Era qualcosa di più triste. Sembrava il lamento sommesso di chi non si aspetta più nulla.

Fu allora che arrivò suor Maria Bertilla.

Non fece nulla di straordinario, almeno all'apparenza.

Si avvicinò lentamente al letto. Lo salutò con dolcezza. 

Gli sistemò la coperta che era scivolata a terra. 

Gli pulì il viso con un panno umido e gli parlò come si parla a una persona cara.

Osservavo questa scena da lontano.

L'uomo, che da giorni non rivolgeva parola a nessuno, la guardò negli occhi.

«Suora», disse con voce debole, «perché si occupa di me?»

Non dimenticherò mai la risposta.

Maria Bertilla sorrise: «Perché lei ha bisogno.»

Lo disse con una semplicità assoluta, come se non ci fosse nulla da spiegare. 

Nessuna predica. 

Nessun discorso sulla carità. 

Nessuna frase solenne. Solo quelle quattro parole.

“Perché lei ha bisogno.”

Nei giorni successivi continuò a prendersi cura di lui. 

Quando terminava il lavoro più urgente tornava al suo letto. 

Gli portava qualcosa da mangiare quando riusciva a procurarselo. 

Gli leggeva qualche pagina di un libro di preghiere. A volte rimaneva semplicemente seduta accanto a lui in silenzio.

Era questo che mi colpiva.

Molti aiutano gli altri quando possono fare qualcosa di importante. 

Lei invece sembrava capire che anche il semplice restare accanto a una persona possiede un valore immenso.

Un pomeriggio entrai nella stanza e li trovai a parlare.

L'anziano stava raccontando episodi della propria giovinezza. 

Parlava della campagna, degli animali, delle stagioni, dei raccolti. 

Aveva gli occhi lucidi. Da settimane non lo vedevo così.

Maria Bertilla lo ascoltava con attenzione sincera.

Non fingeva interesse, né mostrava fretta.

Sembrava che per lei quel racconto fosse importante quanto qualsiasi altra occupazione dell'ospedale.

In quel momento compresi qualcosa che allora non avrei saputo esprimere con le parole che oggi conosco.

Compresi che la cura non consiste soltanto nel guarire.

Noi pensavamo che il nostro compito fosse combattere la malattia. 

Certamente era importante. 

Ma Maria Bertilla sembrava vedere qualcosa di più profondo.

Vedeva la persona.

Là dove molti vedevano un malato, lei vedeva un uomo.

Là dove molti vedevano una cartella clinica, lei vedeva una storia.

Là dove molti vedevano un corpo che si spegneva, lei vedeva una dignità che non poteva essere perduta.

Qualche settimana dopo le condizioni dell'anziano peggiorarono rapidamente. 

Era evidente che non sarebbe guarito.

Ricordo ancora una sera.

La luce del tramonto entrava dalla finestra e colorava la stanza di un tenue riflesso dorato.

Maria Bertilla era seduta accanto al letto.

L'uomo respirava con fatica.

Le teneva la mano.

Non parlavano.

Non ce n'era bisogno.

In quel silenzio vi era una forma di comunicazione più profonda delle parole.

Quando l'uomo morì, Maria Bertilla rimase per qualche istante in raccoglimento.

Poi sistemò le lenzuola con la stessa cura che aveva avuto durante la sua malattia.

Non c'era alcuna teatralità nei suoi gesti.

Non cercava di apparire buona.

Non sembrava nemmeno rendersi conto di fare qualcosa di speciale.

Era semplicemente fedele a un modo di stare accanto agli altri.

Molti anni sono passati da allora.

Ho visto medici straordinari, infermieri competenti e persone generose.

Ma raramente ho incontrato qualcuno capace di guardare gli altri come faceva lei.

Quando si parla di Maria Bertilla, spesso si ricordano la sua umiltà, la sua santità, la sua dedizione.

Tutto questo è vero.

Eppure, se qualcuno mi chiedesse quale fosse la sua qualità più grande, risponderei senza esitazione: la capacità di accorgersi delle persone.

Può sembrare poco.

In realtà è una delle cose più difficili del mondo.

Accorgersi davvero di qualcuno significa interrompere il proprio cammino, sospendere i propri pensieri, mettere da parte il proprio interesse e riconoscere che davanti a noi c'è una vita che chiede ascolto.

Maria Bertilla possedeva questo dono in modo straordinario.

Ancora oggi, ripensando a quell'anziano dimenticato da tutti, mi sorprendo.

Non perché fosse un miracolo, neanche per il gesto clamoroso.

Mi sorprendo perché ho visto una donna trasformare la fragilità di un altro essere umano in un motivo di vicinanza.

Ho visto una persona sola sentirsi nuovamente riconosciuta.

Ho visto qualcuno morire senza essere abbandonato.

E credo che sia proprio questo il motivo per cui tanti, dopo la sua morte, iniziarono a parlare della sua santità.

Non perché avesse compiuto imprese eccezionali.

Ma perché riusciva a fare una cosa che noi, troppo spesso, trascuriamo: rendere visibile l'umanità nascosta di chi soffre.


*Spunto tratto dal 5^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo
 



Leggi anche: La filosofia raccontata (di Luigi Squeo)
oppure

Diventa ciò che sei (di Luigi Squeo)

 

lunedì 1 giugno 2026

E se la morte fosse solo un errore? La teoria più folle della storia della filosofia

 

Una sera d'inverno, in una Mosca avvolta dalla neve, una donna entra nella sala di lettura della Biblioteca di città. 

Cammina lentamente, come chi porta sulle spalle un peso che non riesce più a sostenere. 

Ha perso suo figlio da pochi mesi. Un incidente improvviso. Una carrozza ribaltata lungo una strada ghiacciata. 

Da allora il mondo continua a esistere, ma per lei qualcosa si è spezzato in modo irreparabile.

Seduto a un tavolo, circondato da libri e manoscritti, Nikolaj Fëdorov alza lo sguardo. La donna si avvicina.

«Mi hanno detto che lei è un filosofo.»

Fëdorov sorride appena: «Forse. Ma dipende da cosa si intende per filosofia.»

La donna esita e poi dice: «Mio figlio è morto. Aveva diciassette anni. 

Tutti mi dicono che devo accettarlo. Il sacerdote mi parla della volontà di Dio. 

Gli amici mi invitano ad avere pazienza. 

Altri ancora mi dicono che il tempo guarirà la ferita. Ma io non voglio imparare ad accettare. 

Voglio sapere perché è accaduto. Voglio sapere perché dovrebbe essere giusto.»

Per qualche istante il silenzio riempie la stanza.

Poi Fëdorov risponde: «Non è giusto.»

La donna lo guarda sorpresa: «Come ha detto?»

«Ho detto che non è giusto. E credo che il primo errore degli uomini sia proprio questo: cercare di convincersi che la morte sia qualcosa di naturale e quindi accettabile.»

La donna abbassa lo sguardo: «Ma tutti muoiono.»

«Sì. Ed è precisamente questo il problema.»

«Lei parla come se la morte fosse una malattia.» ribatte la donna.

«Lo è.»

La donna scuote la testa.

«Nessun filosofo mi ha mai parlato così.»

«Perché la maggior parte dei filosofi ha cercato di insegnare agli uomini come convivere con la morte. Io credo invece che dovremmo chiederci come eliminarla.»

La donna rimane perplessa:«Lei capisce cosa significa perdere un figlio?»

Fëdorov non risponde subito.

«Capisco che ogni madre che perde un figlio subisce una violenza che nessuna spiegazione riesce davvero a cancellare. 

Mi permetta una domanda. 

Se domani le venisse offerta la possibilità di rivederlo, di riabbracciarlo, di ascoltare ancora la sua voce, accetterebbe?»

La donna porta una mano al volto: «Naturalmente.»

«E allora perché considera assurdo desiderare ciò che il suo cuore continua a chiedere?»

«Perché è impossibile.»

Fëdorov si sporge leggermente in avanti.

«È impossibile oggi. Ma da quando l'impossibilità è diventata una legge eterna?»

La donna non sa cosa rispondere.

Il filosofo continua:

«Per secoli gli uomini hanno creduto che fosse impossibile volare. Poi hanno imparato a farlo. 

Hanno creduto che fosse impossibile attraversare oceani, curare malattie, parlare a distanza. 

La storia della civiltà è piena di impossibilità che hanno cessato di esserlo.»

La donna ancora più perplessa: «Ma i morti non sono malati. Sono morti.»

«Tuttavia lei continua ad amarli.»

La donna chiude gli occhi: «Come potrei non mare più mio figlio.»

«E allora lasci che le chieda un'altra cosa. 

Se amiamo veramente coloro che abbiamo perduto, possiamo limitarci a conservarne il ricordo? 

È sufficiente costruire monumenti, scrivere poesie, visitare tombe?»

«Non lo so.»

«Io credo che non basti.»

Fëdorov indica gli scaffali della biblioteca.

«Guardi questi libri. 

Ogni pagina è stata scritta da uomini che non esistono più. 

Ogni città che vediamo è stata costruita da persone morte. 

Noi viviamo grazie al lavoro, ai sacrifici e all'amore di coloro che ci hanno preceduto. 

Eppure accettiamo che siano scomparsi per sempre. Non le sembra una strana forma di ingratitudine?»

La donna rimane pensierosa:«Non avevo mai considerato la cosa in questo modo.»

Poi continua: «Io credo che l'umanità abbia un debito verso i propri morti. 

Un debito immenso. 

E che il compito più alto della scienza non sia costruire macchine più veloci o accumulare ricchezze, ma trovare un modo per restituire la vita a coloro che l'hanno perduta.»

«Sta parlando di una resurrezione?»

«Sì. Ma non di una resurrezione affidata soltanto al miracolo. 

Parlo di un compito storico. 

Di un'opera comune. Di uno sforzo collettivo che coinvolga tutta l'umanità.»

La donna sorride amaramente: «Mi sembra difficile pensarlo e facile sognarlo»

Fëdorov guarda la neve oltre la finestra.

«Ma ogni grande impresa umana è iniziata come un sogno. 

La differenza è che alcuni sogni vengono abbandonati, mentre altri diventano progetti.»

«E lei pensa davvero che un giorno sarà possibile?»

Il filosofo resta in silenzio per alcuni secondi.

«Non so se accadrà. Nessuno può saperlo. 

Ma so che esiste una differenza enorme tra accettare la morte come destino e considerarla un problema da affrontare. 

Nel primo caso ci rassegniamo. Nel secondo continuiamo a cercare.»

La donna quasi subito dice: «Allora la sua filosofia nasce dal rifiuto della rassegnazione.»

«Esattamente.»

«E se non si arrivasse mai a sconfiggere la morte?»

Fëdorov sorride: «Allora avremo almeno tentato di essere fedeli al nostro amore.»

La donna si alza per andarsene.

Non è meno triste di quando è entrata. Il dolore è ancora lì, intatto. 

Eppure qualcosa è cambiato. 

Per la prima volta da mesi nessuno le ha chiesto di accettare la perdita. 

Nessuno le ha detto che il tempo avrebbe guarito la ferita. 

Nessuno ha cercato di convincerla che la morte fosse giusta.

Un uomo le ha semplicemente suggerito che l'amore potrebbe avere il diritto di non arrendersi.

Forse la teoria di Fëdorov rimarrà per sempre un'utopia. Forse la resurrezione universale non sarà mai realizzata. 

Ma il cuore della sua filosofia non consiste soltanto nella promessa di riportare in vita i morti. 

Consiste soprattutto nel rifiuto di considerare la loro assenza come qualcosa di moralmente accettabile.

Ed è forse per questo che, ancora oggi, il pensiero del «Socrate moscovita» continua a esercitare un fascino inquieto: perché prende sul serio un desiderio che quasi tutti custodiamo in silenzio e che quasi nessuno osa trasformare in un progetto.

Il desiderio che coloro che abbiamo amato non siano perduti per sempre.


*Spunto tratto dal 5^ volume "Lo sguardo nel tempo della filosofia" di Fabio Squeo
 



Leggi anche: La filosofia raccontata (di Luigi Squeo)
oppure

Diventa ciò che sei (di Luigi Squeo)

 

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