sabato 17 ottobre 2026

G. E. M. Anscombe: il significato delle nostre azioni e il potere dell'intenzione

✦ Chiave di lettura

Che cosa significa agire intenzionalmente? Perché facciamo determinate scelte e quanto contano le ragioni che guidano il nostro comportamento? Attraverso un racconto coinvolgente, scopriamo il pensiero di G. E. M. Anscombe, una delle più importanti filosofe del Novecento, che ha rivoluzionato il modo di comprendere le intenzioni, le azioni umane e la responsabilità morale. Una riflessione per imparare a guardare oltre i gesti quotidiani e a comprendere che cosa ci spinge davvero ad agire.

 

Il giorno in cui Marco scoprì perché faceva ciò che faceva

La mattina in cui Marco decise di cambiare qualcosa nella propria vita, il cielo era coperto e una pioggia sottile scendeva sulle strade della città. 

Aveva cinquant'anni, lavorava da molto tempo in un ufficio amministrativo e da qualche mese avvertiva una crescente insoddisfazione. Non era infelice in modo evidente. Aveva una casa, un lavoro stabile, una famiglia e qualche amico fidato. 

Eppure, quando la sera tornava a casa, gli sembrava di aver trascorso un'altra giornata senza sapere veramente che cosa avesse fatto della propria vita.

Quella mattina, mentre aspettava l'autobus, vide un uomo anziano che cercava di sollevare una bicicletta caduta sul marciapiede. Alcune persone passarono oltre senza fermarsi. Marco, invece, si avvicinò e lo aiutò a rimetterla in piedi. L'uomo lo ringraziò con un sorriso e riprese lentamente il cammino.

Il gesto era durato pochi secondi. Marco non ci aveva riflettuto prima di compierlo e non aveva bisogno di osservare se stesso per sapere che stava aiutando quell'uomo. Lo sapeva mentre lo faceva. Tuttavia, quando riprese ad aspettare l'autobus, si pose una domanda insolita: perché mi sono fermato?

La risposta sembrava semplice: perché quell'uomo aveva bisogno di aiuto. Ma Marco si accorse che avrebbe potuto rispondere in molti altri modi. Si era fermato perché aveva visto la bicicletta caduta? 

Perché non voleva sembrare indifferente? Perché ricordava suo padre, ormai morto, che gli aveva insegnato ad aiutare gli altri? 

Oppure perché, in quel preciso momento, gli era sembrato giusto farlo?

Il gesto era uno solo, ma le ragioni possibili erano numerose. Per la prima volta Marco comprese che conoscere un'azione non significava soltanto sapere quali movimenti avesse compiuto il proprio corpo. Significava anche comprenderne il senso.

Non sapeva ancora che quella domanda lo avrebbe condotto verso le idee di una delle più importanti filosofe del Novecento: Gertrude Elizabeth Margaret Anscombe.



Una filosofa che voleva capire che cosa significa agire

G. E. M. Anscombe, nata nel 1919 e morta nel 2001, fu una filosofa britannica legata alla tradizione della filosofia analitica e profondamente influenzata da Ludwig Wittgenstein. 

La sua opera Intention, pubblicata nel 1957, è considerata uno dei testi fondamentali della filosofia dell'azione.

Il suo problema era apparentemente elementare: che cosa significa compiere un'azione intenzionalmente?

La domanda, però, nascondeva una difficoltà decisiva. Siamo abituati a pensare che un'azione sia un movimento del corpo accompagnato da uno scopo. 

Secondo questa immagine, prima formuliamo un'intenzione nella mente, poi il nostro corpo la esegue e infine osserviamo il risultato.

Anscombe invitava a guardare la questione da una prospettiva più profonda. 

Non basta descrivere un movimento fisico per comprendere un'azione umana. Occorre considerare il modo in cui l'agente comprende ciò che sta facendo, le ragioni che lo guidano e gli scopi ai quali collega il proprio comportamento.

Marco, per esempio, non aveva semplicemente piegato le ginocchia e afferrato una bicicletta. Aveva aiutato una persona. 

La descrizione dell'accaduto cambiava a seconda del significato attribuito ai movimenti.

Questa distinzione è essenziale. Una persona può sollevare un braccio per salutare un amico, per richiamare l'attenzione di qualcuno oppure per proteggersi da un oggetto che sta cadendo. 

Il movimento fisico può essere simile, ma l'azione, considerata nel suo significato, è differente.

Per Anscombe, dunque, comprendere l'agire umano richiede di andare oltre la semplice osservazione dei comportamenti. 

Dobbiamo domandarci che cosa stia facendo una persona e perché lo stia facendo.

Marco cominciò a capire che la sua insoddisfazione dipendeva anche dal fatto che da anni descriveva le proprie giornate attraverso una successione di gesti e obblighi: andare al lavoro, rispondere alle e-mail, partecipare alle riunioni, tornare a casa, cenare, guardare la televisione. 

Tutto era vero, ma mancava qualcosa. Non si chiedeva più quale significato avessero quelle attività, quali obiettivi perseguissero e quali ragioni le rendessero importanti.

leggi: i limiti del linguaggio

La domanda fondamentale: perché lo stai facendo?

Qualche giorno dopo, Marco incontrò una vecchia amica, Elena, che insegnava filosofia. Durante una passeggiata le raccontò l'episodio della bicicletta e la domanda che gli era rimasta in mente.

Elena ascoltò attentamente, poi gli chiese:

«Quando hai aiutato quell'uomo, sapevi che cosa stavi facendo?»

«Naturalmente», rispose Marco. «Lo stavo aiutando a rialzare la bicicletta.»

«E come lo sapevi? Ti sei osservato dall'esterno? Hai visto i tuoi movimenti e poi hai dedotto che stavi aiutando qualcuno?»

Marco sorrise. «No. Non avevo bisogno di farlo. Sapevo quello che stavo facendo mentre lo facevo.»

Elena gli spiegò che proprio questo aspetto occupava un posto centrale nella riflessione di Anscombe: la conoscenza pratica, cioè il particolare modo in cui conosciamo ciò che stiamo facendo intenzionalmente.

Quando osserviamo un'altra persona, normalmente ricaviamo informazioni dal suo comportamento. Vediamo che prende un bicchiere, apre una porta o scrive una lettera. 

Per sapere che cosa intenda fare, possiamo doverle chiedere spiegazioni oppure formulare un'ipotesi.

Nel caso delle nostre azioni intenzionali, invece, la situazione è spesso diversa. Non abbiamo bisogno di guardarci allo specchio per sapere che stiamo scrivendo una lettera o preparando il pranzo. 

La nostra conoscenza dell'azione non deriva necessariamente dall'osservazione del corpo: è collegata al progetto che stiamo realizzando e al modo in cui comprendiamo la nostra attività.

Naturalmente, questo non significa che siamo sempre consapevoli di tutto ciò che facciamo, né che le nostre intenzioni siano infallibili. 

Possiamo sbagliarci, distrarci, fallire o scoprire aspetti del nostro comportamento che non avevamo considerato. 

Anscombe non sostiene che sia sufficiente credere di fare qualcosa perché quella cosa stia realmente accadendo. La conoscenza pratica riguarda ciò che stiamo effettivamente facendo e può essere messa alla prova dal fallimento dell'azione.

«Ma perché è così importante chiedersi perché agiamo?», domandò Marco.

«Perché la domanda “Perché?” ci permette di distinguere un semplice movimento da un'azione compresa attraverso le sue ragioni», rispose Elena.

Quella domanda non chiedeva necessariamente una causa fisica. Non voleva sapere quali muscoli avessero prodotto il movimento o quali impulsi nervosi lo avessero accompagnato. Cercava una ragione capace di rendere intelligibile il comportamento.

Marco aveva aiutato l'uomo perché ne riconosceva il bisogno. Aveva aperto una porta perché qualcuno potesse entrare. Aveva preparato il caffè per offrirlo a un ospite. 

In ciascun caso, il significato dell'azione emergeva dalla risposta alla domanda «Perché?».

Non sempre, tuttavia, la risposta è immediata. A volte agiamo per abitudine, per impulso o senza una ragione particolare che sappiamo formulare. 

E proprio per questo la domanda di Anscombe non deve essere trasformata in una pretesa secondo cui ogni comportamento umano possiederebbe una spiegazione perfettamente chiara.



Un gesto, molti significati

Qualche settimana dopo, Marco si trovò davanti a un problema sul lavoro. Il suo responsabile gli chiese di preparare un documento che avrebbe dovuto presentare alcuni risultati aziendali in una luce favorevole. 

I dati, però, mostravano anche errori significativi e conseguenze negative per alcuni clienti.

Marco aprì il computer e cominciò a scrivere.

Che cosa stava facendo?

La prima risposta era semplice: stava compilando un rapporto. Ma questa descrizione non esauriva il significato dell'azione. 

Stava anche selezionando informazioni, decidendo quali risultati mettere in evidenza e quali omettere. 

Se avesse nascosto consapevolmente dati essenziali, avrebbe potuto contribuire a ingannare chi avrebbe letto il documento.

Un medesimo comportamento materiale può essere descritto in diversi modi: scrivere un rapporto, riassumere i risultati, rendere comprensibili alcuni dati, nascondere un problema oppure ingannare un destinatario.

Queste descrizioni non sono intercambiabili dal punto di vista morale. Inoltre, non tutte descrivono necessariamente l'azione intenzionale dell'agente. 

Marco poteva sapere di stare scrivendo un rapporto senza rendersi conto, almeno inizialmente, che una scelta di formulazione avrebbe prodotto un'impressione fuorviante.

Anscombe aiuta a comprendere proprio questa complessità: un'azione può essere intenzionale sotto una descrizione e non esserlo sotto un'altra. 

Per stabilire che cosa una persona stia facendo intenzionalmente, non basta elencare gli effetti osservabili del suo comportamento. 

Bisogna esaminare la relazione tra l'azione, le intenzioni dell'agente e le ragioni che egli è in grado di riconoscere come proprie.

Marco si fermò. Si domandò se stesse semplicemente eseguendo un compito oppure se stesse collaborando consapevolmente a una rappresentazione ingannevole dei fatti.

Decise di riscrivere il documento, includendo anche i risultati problematici e spiegando le ragioni delle sue conclusioni. 

Non fu una scelta priva di conseguenze: il responsabile manifestò il proprio disappunto e gli chiese perché avesse complicato una relazione che avrebbe dovuto essere più semplice.

Marco rispose che voleva presentare un quadro fedele della situazione.

In quel momento comprese che la domanda «Che cosa sto facendo?» non è soltanto una questione linguistica. 

Può diventare una domanda decisiva per la nostra condotta, perché ci obbliga a riconoscere il significato delle nostre azioni e il rapporto tra ciò che intendiamo fare e ciò che effettivamente facciamo.

Dalle intenzioni agli scopi: il ragionamento pratico

Elena gli spiegò che un altro aspetto importante del pensiero di Anscombe riguarda la struttura del ragionamento pratico.

Quando agiamo, spesso colleghiamo diversi passaggi attraverso un rapporto tra mezzi e fini. Vogliamo raggiungere un obiettivo e scegliamo ciò che riteniamo necessario per conseguirlo.

Marco, per esempio, voleva migliorare il rapporto con sua figlia, con la quale parlava sempre meno. 

Pensò che avrebbe potuto telefonarle, ascoltarla senza interromperla e proporle di trascorrere insieme una domenica. 

Queste attività non erano obiettivi isolati: costituivano una serie di mezzi orientati a uno scopo più ampio, quello di ricostruire una relazione.

Il ragionamento pratico procede attraverso domande come: che cosa voglio realizzare? Che cosa posso fare per riuscirci? 

Quali passi sono necessari? 

Che cosa devo fare adesso?

Questo tipo di ragionamento si distingue da quello puramente teorico. Se mi domando se domani pioverà, cerco elementi che mi consentano di stabilire quale sia la situazione reale. 

Se invece voglio raggiungere una destinazione, ragiono sulle azioni che posso compiere per arrivarci.

Nel primo caso, cerco di conoscere il mondo così com'è. Nel secondo, organizzo il mio comportamento in vista di un risultato.

Naturalmente, i due tipi di ragionamento possono intrecciarsi. Per decidere come agire, dobbiamo spesso conoscere i fatti, valutare le possibilità e riconoscere i limiti della situazione. 

Ma il ragionamento pratico non si esaurisce nel descrivere ciò che esiste: orienta ciò che facciamo.

Marco telefonò a sua figlia quella sera stessa. Non le tenne un discorso preparato e non cercò di convincerla a trascorrere più tempo con lui. Le chiese semplicemente come stesse e ascoltò la sua risposta.

La conversazione fu breve. Non risolse tutti i problemi e non produsse una riconciliazione improvvisa. Eppure, per Marco, rappresentò l'inizio di un percorso.

Aveva individuato uno scopo, scelto un'azione e cominciato a realizzarla. Il suo ragionamento non era più soltanto una riflessione sulle possibilità: si era tradotto in un comportamento concreto.

Quando l'intenzione non basta

Marco, tuttavia, scoprì presto che avere una buona intenzione non garantisce il successo.

La domenica successiva preparò il pranzo per sua figlia. Voleva farle una sorpresa e dimostrarle quanto fosse importante per lui. 

Scelse una ricetta che ricordava dalla sua infanzia, comprò gli ingredienti e trascorse la mattina ai fornelli.

Quando la ragazza arrivò, però, gli spiegò che aveva già mangiato e che non aveva molta fame. Marco si sentì deluso. Per un momento pensò che la figlia non apprezzasse il suo gesto.

Poi si fermò a riflettere.

La sua intenzione era stata quella di renderla felice, ma non aveva verificato se quel pranzo fosse ciò che lei desiderava. 

Aveva confuso il proprio modo di esprimere affetto con il modo in cui sua figlia avrebbe voluto riceverlo.

La buona volontà non aveva prodotto automaticamente il risultato atteso.

Questo episodio permette di chiarire un punto importante. La concezione di Anscombe non riduce la moralità alla sincerità delle intenzioni. 

Occorre distinguere ciò che una persona intende fare, ciò che effettivamente fa e gli effetti che la sua azione produce. 

Il fatto che un risultato sia indesiderato non dimostra, da solo, che l'intenzione fosse cattiva; ma neppure una buona intenzione cancella ogni responsabilità per gli effetti prevedibili delle nostre scelte.

Marco aveva agito con affetto, ma aveva trascurato un elemento essenziale: ascoltare l'altra persona.

Le chiese quindi se preferisse fare una passeggiata. La figlia accettò e trascorsero il pomeriggio camminando lungo il mare.

Durante la passeggiata parlarono di lavoro, di progetti e di alcune difficoltà che la ragazza stava attraversando. Marco non cercò di offrirle subito soluzioni. Si limitò ad ascoltare e a porre qualche domanda.

Capì che agire intenzionalmente non significa controllare ogni conseguenza. Significa orientare consapevolmente la propria condotta, comprendere le ragioni che la guidano e riconoscere quando la realtà non corrisponde a ciò che ci aspettavamo.

L'azione umana si svolge in un mondo che non è interamente sotto il nostro controllo. 

Per questo le intenzioni devono confrontarsi con i fatti, con le capacità effettive dell'agente e con la libertà delle altre persone.

La responsabilità morale: che cosa volevamo fare davvero?

Le riflessioni di Anscombe assumono un'importanza particolare quando si parla di responsabilità morale.

Immaginiamo due persone che compiono lo stesso gesto: entrambe urtano un passante e fanno cadere il suo telefono. La prima non si è accorta della presenza dell'altra persona perché qualcuno l'ha spinta. La seconda, invece, ha agito deliberatamente per danneggiarla.

Il risultato materiale è simile, ma il significato delle due azioni è differente. Nel primo caso può trattarsi di un incidente; nel secondo, di un comportamento intenzionale diretto a provocare un danno.

Per giudicare un'azione dobbiamo considerare le circostanze, le conoscenze dell'agente, ciò che egli intendeva fare e le conseguenze che poteva ragionevolmente prevedere. 

Non possiamo limitarci al risultato finale, come se tutte le azioni che producono lo stesso effetto avessero lo stesso valore morale.

Tuttavia, nemmeno le intenzioni devono diventare un alibi. Una persona può sostenere di aver agito per il bene degli altri e, nello stesso tempo, aver ignorato deliberatamente informazioni importanti o aver scelto mezzi ingiusti.

La filosofia di Anscombe invita quindi a esaminare le azioni nella loro struttura concreta. Che cosa stava facendo l'agente? Per quale ragione? 

Quale scopo perseguiva? Sotto quale descrizione comprendeva il proprio comportamento?

Queste domande sono importanti anche nella vita pubblica. Un dirigente può dire di voler salvare un'azienda, ma occorre capire quali mezzi impieghi e quali conseguenze producano le sue decisioni. 

Un politico può dichiarare di agire per la sicurezza dei cittadini, ma le sue intenzioni proclamate non sostituiscono la valutazione delle scelte effettive.

La responsabilità non si esaurisce nelle parole con cui descriviamo noi stessi. Richiede un confronto tra ciò che diciamo di volere e ciò che facciamo realmente.

La lista della spesa e la differenza tra conoscere e agire

Una delle intuizioni più efficaci associate alla filosofia di Anscombe riguarda la differenza tra la conoscenza teorica e quella pratica. Per comprenderla, possiamo immaginare una semplice lista della spesa.

Una persona entra in un negozio con un foglio sul quale ha scritto pane, latte, mele e pasta. 

Se la lista serve a indicare ciò che deve acquistare, il suo compito è guidare le azioni della persona. 

Se invece, dopo essere tornata a casa, la stessa persona scrive un elenco degli oggetti che ha effettivamente comprato, quel foglio descrive ciò che è accaduto.

Nel primo caso, la lista esprime un progetto che deve orientare il comportamento. Nel secondo, rappresenta un resoconto che deve corrispondere ai fatti.

Se la persona torna a casa senza aver comprato il latte, non è la lista delle cose da acquistare a essere falsa. È la sua esecuzione a essere incompleta rispetto al progetto iniziale. 

Se invece il resoconto finale afferma che il latte è stato acquistato quando non lo è stato, è il resoconto a essere inesatto.

La differenza sembra banale, ma permette di comprendere un aspetto importante del pensiero di Anscombe: la conoscenza pratica non è semplicemente una fotografia mentale di ciò che accade. È collegata alla direzione dell'azione, a ciò che l'agente sta cercando di realizzare.

La conoscenza teorica, invece, deve adeguarsi al mondo che intende descrivere. Se i fatti smentiscono la nostra convinzione, dobbiamo correggere la convinzione. 

Nell'azione intenzionale, il progetto guida ciò che facciamo, ma può essere realizzato oppure fallire.

Questa analogia non significa che ogni intenzione sia corretta o moralmente giustificata. Una persona può perseguire uno scopo ingiusto con grande coerenza. 

La capacità di organizzare razionalmente un'azione non garantisce, da sola, che il suo fine sia buono.

Marco comprese così che una vita consapevole non consiste soltanto nel sapere come stanno le cose. 

Significa anche chiedersi che cosa si vuole realizzare, quali mezzi si intendono utilizzare e se gli obiettivi perseguiti meritino davvero di essere perseguiti.



Le intenzioni che rivelano una vita

Con il passare dei mesi, Marco cominciò a modificare alcune abitudini. Non cambiò improvvisamente lavoro, non abbandonò le proprie responsabilità e non trasformò la sua vita in un progetto perfetto. 

Iniziò, piuttosto, a interrogarsi sul significato delle attività che riempivano le sue giornate.

Quando accettava un incarico, si domandava perché lo facesse. Quando dedicava una serata alla famiglia, cercava di essere realmente presente invece di considerare quel tempo un altro obbligo da sbrigare. 

Quando aiutava qualcuno, provava a distinguere il desiderio di essere utile dalla necessità di ricevere approvazione.

Scoprì che la domanda «Perché?» poteva rivelare contraddizioni inattese. 

Talvolta diceva di lavorare per garantire serenità alla famiglia, ma continuava ad accettare incarichi che gli impedivano di trascorrere del tempo con i suoi cari. 

Altre volte sosteneva di desiderare rapporti autentici, ma evitava le conversazioni difficili per paura del conflitto.

Le sue azioni non erano necessariamente prive di ragioni; erano spesso guidate da ragioni che non aveva esaminato con sufficiente attenzione.

La filosofia dell'azione non offre una formula capace di risolvere ogni problema personale. 

Ci aiuta, però, a comprendere che le nostre giornate non sono soltanto una successione di eventi. 

Sono anche una trama di progetti, decisioni, ragioni e tentativi, nella quale ciò che facciamo acquista significato attraverso gli scopi che riconosciamo e perseguiamo.

Marco capì inoltre che non sempre è possibile spiegare completamente le proprie motivazioni. 

Una persona può scoprire gradualmente perché un rapporto è importante, perché una scelta la turba o perché continua a perseguire un obiettivo che sembra aver perso valore. 

La riflessione sulle intenzioni non è necessariamente un'indagine conclusa una volta per tutte: può diventare un esercizio continuo di chiarificazione.

Il significato filosofico della storia di Marco

La vicenda di Marco è immaginaria, ma illustra alcune delle idee centrali di Anscombe.

La prima è che un'azione intenzionale non può essere compresa soltanto come un movimento fisico. 

Per sapere che cosa stiamo facendo, dobbiamo considerare il significato dell'azione e le ragioni che la rendono intelligibile.

La seconda è che la domanda «Perché?» occupa un ruolo fondamentale nell'analisi dell'agire. 

Le risposte possono rivelare gli scopi dell'agente, il rapporto tra mezzi e fini e il modo in cui egli interpreta il proprio comportamento.

La terza è la nozione di conoscenza pratica: spesso sappiamo che cosa stiamo facendo intenzionalmente senza doverlo dedurre dall'osservazione di noi stessi. 

Questa conoscenza è collegata alla nostra capacità di guidare l'azione, anche se non ci garantisce il successo e non elimina la possibilità dell'errore.

La quarta riguarda la responsabilità morale. 

Per valutare un comportamento occorre distinguere le intenzioni dalle conseguenze, ma senza separarle completamente. 

Non basta sapere che cosa una persona voleva ottenere: bisogna comprendere anche che cosa abbia fatto, quali mezzi abbia scelto e quali aspetti della situazione avrebbe dovuto considerare.

Infine, il ragionamento pratico mostra che la razionalità umana non consiste soltanto nel conoscere il mondo. Consiste anche nel deliberare su ciò che faremo, individuare obiettivi e scegliere azioni che possano realizzarli.

Anscombe non sostiene che la sola introspezione possa risolvere tutti i problemi morali, né che ogni comportamento abbia una motivazione perfettamente trasparente. 

Il suo contributo consiste piuttosto nell'aver mostrato quanto sia complesso il legame tra intenzione, conoscenza e azione.

Conclusione: diventare consapevoli di ciò che facciamo

Una sera, tornando a casa, Marco vide un ragazzo che aiutava una donna a raccogliere alcuni libri caduti sul marciapiede. La scena gli ricordò il mattino in cui aveva aiutato l'anziano con la bicicletta.

Si fermò per un istante, poi riprese a camminare.

Non aveva scoperto una teoria capace di spiegare ogni comportamento umano. Aveva imparato qualcosa di più semplice e, allo stesso tempo, più difficile: non è sufficiente attraversare le giornate compiendo gesti e adempiendo obblighi. Occorre, quando è possibile, comprendere che cosa stiamo facendo e quali ragioni orientano le nostre scelte.

La domanda «Perché lo faccio?» può mettere in discussione abitudini consolidate, rivelare obiettivi nascosti e aiutarci a riconoscere la distanza tra i valori che proclamiamo e il modo in cui viviamo. Non sempre conduce a risposte immediate. 

A volte ci costringe ad ammettere che non conosciamo ancora bene le nostre motivazioni. 

Altre volte ci invita a correggere il nostro comportamento.

È qui che la riflessione di Anscombe conserva la sua attualità. 

L'essere umano non è soltanto qualcuno al quale accadono delle cose: è anche un agente che, entro limiti e circostanze che non controlla completamente, può agire per delle ragioni e orientare la propria condotta verso degli scopi.

Comprendere le intenzioni significa allora comprendere una parte essenziale di ciò che siamo, senza dimenticare che le nostre azioni possono produrre risultati diversi da quelli desiderati e che le buone intenzioni non ci dispensano dal giudizio morale.

Forse Marco non avrebbe mai letto direttamente Intention, ma aveva cominciato a mettere in pratica una delle domande più importanti della filosofia dell'azione: non soltanto che cosa sta succedendo, ma che cosa sto facendo e perché?

In quella domanda si apriva uno spazio di libertà. Non la libertà assoluta di controllare ogni evento, bensì quella più concreta di esaminare le proprie ragioni, riconoscere i propri errori e scegliere, per quanto possibile, di agire con maggiore consapevolezza.

La vita, comprese Marco, non acquista significato soltanto attraverso ciò che ci accade. 

Lo acquista anche attraverso ciò che facciamo, gli scopi che perseguiamo e la responsabilità con cui cerchiamo di dare forma alle nostre azioni.

Fonti essenziali

  • Anscombe, G. E. M., Intention, 1957. Opera fondamentale per la teoria dell'intenzione, dell'azione intenzionale e della conoscenza pratica.

  • Stanford Encyclopedia of Philosophy, “Intention”, per un approfondimento filosofico del concetto di intenzione e delle principali interpretazioni della teoria di Anscombe.

  • Stanford Encyclopedia of Philosophy, “Action”, per la distinzione tra ragioni dell'azione, ragionamento pratico e conoscenza pratica.

Nota: il racconto di Marco è un espediente narrativo originale, costruito per illustrare le idee filosofiche di Anscombe; non è un episodio biografico della filosofa né una citazione tratta dalle sue opere.

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