✦ Chiave di lettura
E se la ferita che ci portiamo dentro non fosse un difetto da colmare, ma il vero motore della nostra esistenza e del nostro legame con gli altri? Nel saggio L'altrove della mancanza nelle relazioni di esistenza (Bibliotheka Edizioni), il filosofo e poeta Fabio Squeo ci guida in un affascinante viaggio tra Heidegger, Lacan, Sartre e Lévinas, ribaltando la nostra percezione del vuoto: non più un limite da temere, ma lo spazio originario in cui l'essere umano si apre all'autenticità e all'incontro con l'Altro.
Nel panorama della saggistica filosofica contemporanea di stampo teoretico, capita raramente di imbattersi in testi che sappiano coniugare il rigore dell'indagine ontologica con una profonda sensibilità lirica.
È esattamente questo il territorio in cui si muove la produzione intellettuale di Fabio Squeo, autore di un'opera densa e preziosa quale "L'altrove della mancanza nelle relazioni di esistenza. Heidegger, Lacan, Sartre, Lévinas", pubblicata da Bibliotheka Edizioni.
Prima di addentrarci tra le pagine di questo saggio — un vero e proprio itinerario attraverso le pieghe più nascoste della condizione umana —, è doveroso tracciare il profilo biografico e intellettuale di chi lo ha concepito, poiché nell'opera di Squeo la voce del filosofo e quella del poeta si fondono in un unicum inseparabile.
Profilo Biografico e Intellettuale di Fabio Squeo
Nato a Terlizzi nel 1987, Fabio Squeo compie il suo percorso di formazione accademica laureandosi in Scienze Filosofiche presso l'Università degli Studi di Bari, nutrendo fin da subito un interesse viscerale per i grandi snodi del pensiero del Novecento, con particolare attenzione alla fenomenologia, all'esistenzialismo e alle declinazioni psicoanalitiche e antropologiche del legame sociale.
La sua voce non si è tuttavia circoscritta ai confini della speculazione accademica pura: Squeo è infatti una figura poliedrica che affianca alla ricerca filosofica una intensa e riconosciuta attività poetica e saggistica.
Nel 2013 esordisce nel mondo letterario pubblicando la sua prima opera poetica, Le impronte bianche del sale (Giambra Edizioni), un lavoro in cui la parola si fa carico di una forte tensione evocativa e introspettiva.
A questo esordio fa seguito, nel 2014, la pubblicazione di Notti incerte (Calabria Edizioni), consolidando una cifra stilistica in cui la ricerca del senso si specchia costantemente nella vulnerabilità dell'esperienza umana.
Nel giugno del 2017, l'approdo alla saggistica teoretica con il volume L'altrove della mancanza nelle relazioni di esistenza (Bibliotheka Edizioni) segna un momento di maturazione fondamentale per il suo percorso. In questo testo, Squeo dimostra una eccezionale capacità di sintesi critica, dialogando con i massimi giganti del pensiero novecentesco.
Nel luglio del 2025, con la pubblicazione del primo volume di Lo sguardo nel tempo della filosofia, ha iniziato l'abizioso progetto mirante ad analizzare le idee e i valori dei grandi autori del passato e rivederli alla luce della società attuale.
La sua traiettoria continua poi a evolversi nel segno di un umanesimo militante e attento alle dinamiche educative e sociali (come attestano i suoi studi e riconoscimenti, tra cui i premi legati alla riflessione su figure cruciali come Don Milani).
Squeo vive, scrive e ricerca tra la Puglia e gli orizzonti di un dibattito culturale ampio, confermandosi come una delle voci più fini della sua generazione nell'ambito della filosofia dell'esistenza.
L'altrove della mancanza nelle relazioni di esistenza: Un'analisi dell'opera
Il cuore del problema: Che cos'è la "mancanza"?
Il saggio di Fabio Squeo si sviluppa attorno a un nucleo concettuale di dirompente attualità e profondità teoretica: la mancanza.
Nella nostra quotidianità siamo portati a considerare la mancanza come un difetto, una ferita da colmare, un vuoto materiale o psicologico che genera ansia e spinge al consumo o alla ricerca compulsiva di compensazioni.
Squeo, attraverso i suoi maestri, compie un rovesciamento radicale di prospettiva. La mancanza non è un accidente estrinseco dell'essere, bensì la sua stessa struttura originaria.
L'uomo è costitutivamente mancante; è un essere "aperto" perché incompleto.
Ma dove si dirige questa mancanza?
Esiste un "altrove" verso cui essa tende?
È proprio su questo interrogativo che il testo apre le sue finestre più luminose, orchestrando un dialogo serrato e filologicamente rigoroso tra quattro pensatori che hanno ridefinito il volto del Novecento: Martin Heidegger, Jacques Lacan, Jean-Paul Sartre ed Emmanuel Lévinas.
Ognuno di essi, pur muovendosi da matrici disciplinari e teoretiche differenti — l'ontologia fondamentale, la psicoanalisi strutturale, l'esistenzialismo radicale e la filosofia della trascendenza etica —, interroga il mistero di ciò che ci costituisce e di ciò che ci lega all'Altro.
Le tappe del saggio: I quattro pilastri del percorso
- Martin Heidegger: La cura e l'apertura dell'Esserci
Nel primo snodo concettuale affrontato da Squeo, il pensiero di Heidegger funge da basamento ontologico. L'Esserci (Dasein) non è una sostanza chiusa in se stessa, una monade isolata, ma è costitutivamente gettato nel mondo e definito dalla cura (Sorge).
La mancanza, in questa prospettiva, coincide con la finitezza dell'uomo e con la sua mortalità.
L'essere-per-la-morte non annulla l'esistenza, ma la autentica: è proprio il riconoscimento radicale della nostra finitezza e del nostro limite che ci strappa dall'anonimato del "si" impersonale per restituirci alla nostra possibilità più propria.
Squeo evidenzia come l'apertura heideggeriana sia già una forma di relazione originaria: l'uomo è sempre "con-essere" (Mitsein), e il vuoto che avverte non è un recinto che lo imprigiona, ma lo spazio stesso in cui l'essere si dà e si manifesta.
- Jacques Lacan: Il desiderio e il miraggio dell'oggetto perduto
Spostandosi sul versante psicoanalitico, il saggio interroga la lezione di Jacques Lacan. Qui la mancanza assume i tratti ineludibili del desiderio.
Per Lacan, il soggetto umano nasce da una feritoia originaria, da una scissione prodotta dall'ingresso nel linguaggio e nel campo del Grande Altro.
L'uomo desidera sempre "altro" perché il suo oggetto primario è irrimediabilmente perduto.
La mancanza (manque-à-être, la "mancanza-a-essere") diventa il motore pulsionale dell'esistenza umana.
Cerchiamo continuamente di saturare questo vuoto attraverso surrogati (gli oggetti a), ma ogni tentativo è destinato a svelarsi inadeguato.
Squeo analizza con grande finezza questo meccanismo: l'altrove della mancanza non è un luogo geografico o metafisico raggiungibile, ma l'orizzonte strutturale che fa sì che il soggetto sia sempre decentrato, teso verso un Altro che lo costituisce e lo interroga.
- Jean-Paul Sartre: Il nulla, la libertà e lo sguardo dell'Altro
Con Jean-Paul Sartre, l'esistenzialismo svela la sua anima più drammatica e liberatoria. L'essere-per-sé è quel particolare ente che ha il potere di annichilire il dato, di introdurre il nulla nel mondo attraverso la propria coscienza e la propria radicale libertà.
La mancanza, in Sartre, è il frutto di questa negatività creatrice: l'uomo è ciò che non è e non è ciò che è. Egli manca costantemente di se stesso, proiettato in un futuro di possibilità aperte.
Nelle relazioni interpersonali, descritte magistralmente ne L'essere e il nulla, la presenza dell'Altro irrompe attraverso lo sguardo, riducendo il soggetto a oggetto o, viceversa, alienandone la libertà.
Squeo sviscera le tensioni di questo legame: la relazione d'esistenza sartriana è spesso un campo di battaglia in cui il conflitto tra coscienze cerca disperatamente di colmare quel vuoto ontologico che la libertà stessa ha spalancato.
- Emmanuel Lévinas: L'infinito nell'Altro e la responsabilità etica
Il vertice etico dell'opera di Squeo si compie nell'incontro con la filosofia di Emmanuel Lévinas. Se per Sartre l'Altro rischia di essere il "negatore" della mia libertà, per Lévinas l'Altro è colui che mi interpella da un'altezza incommensurabile, il cui volto è epifania dell'Infinito.
La mancanza, qui, si trasforma radicalmente: non è più soltanto una carenza interiore del soggetto, ma diventa responsabilità. Io sono responsabile dell'Altro prima ancora di ogni mia libera scelta, convocato da una chiamata a cui non posso sottrarmi.
L'altrove della mancanza trova in Lévinas il suo compimento più alto: la pienezza dell'esistenza non si ottiene ripiegandosi narcisisticamente sul proprio io, ma lasciandosi ferire, interrogare e destituire dalla presenza del prossimo. La relazione non è possesso, ma accoglienza dell'alterità irriducibile.
Uno sguardo d'insieme: Perché leggere questo saggio oggi
Ciò che rende l'opera di Fabio Squeo un contributo di straordinario valore critico è la capacità di tessere un filo rosso unitario tra queste quattro grandi visioni.
L'autore non si limita a un'esercitazione di erudizione accademica o a una mera rassegna storiografica; al contrario, compie un'operazione profondamente teoretica, mostrando come la questione della mancanza e della relazione sia il vero baricentro attorno a cui ruota la dignità dell'essere umano.
In un'epoca come la nostra, dominata dall'iperconnessione digitale ma al contempo segnata da una solitudine epidemica, da un vuoto esistenziale mascherato da frenesia e dalla mercificazione di ogni legame, il saggio di Squeo ci offre una chiave di lettura salvifica.
Ci rammenta che il vuoto che avvertiamo non deve essere anestetizzato o rimosso con la tecnica o con l'accumulazione, ma abitato e compreso.
È proprio in quel vuoto, in quell'"altrove" che ci eccede, che si radica la possibilità autentica dell'incontro con l'Altro.
Le sessantaquattro pagine che compongono il volume edito da Bibliotheka si configurano così come un distillato di densità teoretica rara, scritto con uno stile limpido, elegante e penetrante, capace di parlare sia al lettore specialistico — il filosofo, lo studioso, il clinico — sia a chiunque avverta l'urgenza di interrogare le fondamenta del proprio esistere e del proprio relazionarsi.
La voce di Fabio Squeo si conferma quella di un autore capace di abitare la filosofia non come polverosa dottrina del passato, ma come esercizio vivo di trasformazione e di comprensione del nostro tempo.



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