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domenica 1 febbraio 2026

A cosa servono davvero i sogni?

 


Ogni notte, indipendentemente da chi siamo o da dove viviamo, ci immergiamo in un mondo di esperienze soggettive tanto vivide quanto enigmatiche... entriamo nel mondo dei sogni.

È una delle costanti universali dell'esperienza umana, rappresentata in ogni espressione artistica e oggetto di speculazioni da tempo immemorabile. Eppure, rimane un mistero. I sogni sembrano spesso assurdi, frammentati, una raccolta casuale di eventi.

Ma... e se non lo fossero?

La moderna ricerca scientifica, armata degli strumenti delle neuroscienze e della psicologia, sta iniziando a rivelare che questo teatro notturno della mente ha funzioni profonde, pratiche e spesso sorprendenti. Sognare è molto più di uno spettacolo notturno: è un adattamento evolutivo. Sognare esiste perché sopravvivere senza sognare era peggio.

Da una prospettiva evolutiva, il cervello è un organo costoso e vulnerabile. Consuma quasi il 20% dell'energia corporea, anche durante il sonno. Durante il sonno REM, l'attività cerebrale si avvicina ai livelli di veglia.

Se sognare fosse inutile, la selezione naturale lo avrebbe abbandonato molto tempo fa. Inoltre, sognare non è un'attività esclusiva degli esseri umani. È stato osservato in mammiferi come i gatti. L'universalità di questo fenomeno è un chiaro indizio evolutivo: il sistema dei sogni è antico e funzionale.

Sognare è anche un modo per simulare altri mondi. Il cervello sogna "in negativo" per anticipare errori che potrebbero costare la vita.

Revonsuo nel, ha proposto la Teoria della Simulazione della Minaccia (TST). Secondo questa teoria, il sogno è emerso come un adattamento per simulare mondi rilevanti quando l'ambiente esterno non è disponibile. In altre parole, il cervello non si spegne, ma passa dalla percezione del mondo esterno alla generazione di possibili scenari.

Sognare ci permette di ricreare versioni alternative di ciò che già conosciamo. E i dati empirici sono sorprendentemente coerenti.

Le analisi mostrano che le emozioni negative dominano tra il 60% e l'80% dei sogni, con l'aggressività presente nel 45% delle interazioni sociali oniriche. Inoltre, il sognatore è la vittima (non l'aggressore) in quasi l'80% degli episodi aggressivi, rafforzando l'ipotesi dell'addestramento evasivo e dell'anticipazione del pericolo.

Le prove più significative provengono da popolazioni traumatizzate. Nel 2003, In gruppo di ricercatori osservarono che i bambini curdi esposti a guerra e violenza avevano più sogni a notte, una maggiore frequenza di minacce e una maggiore gravità dei pericoli simulati rispetto ai bambini non traumatizzati. Il sistema onirico non era compromesso: era iperattivato da segnali reali di pericolo costante.

Gli incubi, quindi, sono simulazioni di problemi irrisolti. Il sonno non cancella il passato: separa la memoria dal dolore.

Una delle teorie più influenti asserisce che durante il sonno REM, i ricordi emozionali si consolidano, mentre la carica emotiva ad essi associata si riduce. Dal punto di vista neurochimico, durante il sonno REM la noradrenalina scende al livello più basso dell'intero ciclo circadiano. Poiché questo neurotrasmettitore è direttamente coinvolto nella risposta allo stress, la sua assenza crea un ambiente ideale per riattivare i ricordi senza riattivare la sofferenza.

Nuove scoperte rafforzano questa idea. Nel 2024, Zhang e il suo gruppo di ricerca hanno scoperto che solo le persone che ricordavano i propri sogni mostravano una riduzione dell'attività emotiva. In altre parole, coloro che non ricordano i propri sogni mantengono un'elevata attività emotiva, indicando che sognare non è un processo passivo, ma una parte attiva dell'elaborazione emotiva. Quando questo sistema viene alterato, gli incubi aumentano ed emergono schemi di elaborazione emotiva scorretta.

Sognare è il modo in cui il cervello fissa i ricordi senza riaprire la ferita. L'evoluzione ci ha resi più sociali e il cervello si è adattato. Man mano che le minacce fisiche diventavano meno costanti per gli esseri umani, il cervello ha reindirizzato il suo simulatore verso il conflitto sociale. La teoria della simulazione sociale amplia la teoria della simulazione della minaccia discussa in precedenza. E nuove scoperte supportano questa visione.

Nel 2019, Tuominen e il suo gruppo di ricerca hanno scoperto qualcosa di cruciale: l'83% dei sogni contiene situazioni sociali. Inoltre, i sogni includono più personaggi, più interazioni e più conflitti rispetto alla veglia quotidiana. Questo è in linea con gli studi neurologici: durante il sonno REM, si verifica iperattività nell'amigdala e nell'ippocampo e una ridotta attività nella corteccia prefrontale, rendendo più facile simulare emozioni intense e realistiche.

Sognare litigi, riunioni o rifiuti non è una coincidenza. È una prova generale notturna per la complessa vita sociale del mondo reale. Commettiamo errori nei sogni per non doverli pagare da svegli. Sognare non esiste per registrare meglio il passato, ma per preparare il futuro.

E nel 2025 è emersa una nuova teoria.

L'ipotesi REM Refine & Rescue (RNR) suggerisce che durante il sonno REM, il cervello aumenta il rapporto segnale/rumore, omettendo dettagli irrilevanti e preservando gli elementi essenziali dei ricordi. Il risultato è un filtraggio della memoria che aiuta a trattenere ciò che è prezioso, ad adattarsi e a creare soluzioni.

Sognare non significa ricordare di più, ma comprendere meglio.

Quindi... a cosa servono davvero i sogni?

I sogni non fanno solo una cosa, e questo è ciò che la scienza attuale ha scoperto: simulano minacce, regolano l’emotività, favoriscono la formazione sociale, Integrano creatività nelle esperienze.

Ciò che i sogni non fanno è predire il futuro, inviare messaggi in codice o rivelare verità nascoste. Ciò che fanno è mantenere la mente flessibile, emotivamente stabile e preparata alla complessità del mondo che ci aspetta quando apriamo gli occhi.

sabato 31 gennaio 2026

Osservatori speciali



Nelle pieghe scintillanti dell'esistenza, dove le dimensioni si sfiorano senza mai fondersi del tutto, due entità fluttuavano, sospese in un'immobilità attenta. 

Chiamarle "osservatori" è un'approssimazione semantica, una concessione all'inadeguatezza del linguaggio umano di fronte alla loro natura sfuggente. 

Né pura materia condensata né un mero filo di energia astratta, esistevano su un piano leggermente sfalsato rispetto al nostro – una posizione privilegiata che permetteva loro di percepire la nostra realtà nei suoi minimi sussulti, di analizzarne le correnti profonde e le spume superficiali, senza mai rischiare la reciprocità di uno sguardo, l'eco di un ascolto, o persino il fugace sospetto della loro presenza.

La loro funzione era governata da una sorta di eleganza amministrativa su scala galattica, un codice antico quanto le prime stelle, il cui precetto fondamentale poteva essere riassunto in: Non interferire. Osservare, catalogare, archiviare, attendere. Questa era la litania della loro incessante veglia. 

Le direttive riguardanti il ​​contatto, l'influenza, persino la minima interruzione culturale accidentale, erano assolutamente rigorose, incise nelle profondità della loro coscienza collettiva. 

La memoria cosmica conservava il ricordo bruciante dell'incidente xilosiano: un osservatore distratto aveva lasciato cadere un singolo atomo d'oro in una dimensione inappropriata, precipitando un'intera civiltà nelle spire dell'alchimia con quattro secoli di anticipo sui tempi. 

I loro oceani, un tempo azzurri, si erano trasformati in un ribollente magma metallico, una lezione brutale che aveva definitivamente bandito ogni forma di negligenza. Da allora, la vigilanza era diventata una seconda natura.

Non avevano nomi, quei limitanti identificatori terreni, ma per comodità narrativa, chiamiamoli X e Y. 

X mostrava una predilezione per la precisione e il metodo, e nutriva un fascino quasi matematico per le complesse strutture che emergevano dal caos apparente. 

La sua acutezza analitica era a volte venata di un discreto sarcasmo, una sottile vibrazione nel campo informativo che condividevano. 

Y, d'altro canto, rivelava una curiosità più vagabonda, un minore attaccamento ai protocolli consolidati. La si trovava spesso a "esplorare singolarità locali", come diceva lei, ai margini della realtà osservata. 

Nonostante i loro temperamenti divergenti, una profonda affinità li univa: un rispetto quasi sacro per il fenomeno della vita, quell'equilibrio precario e magnifico che è l'emergenza cosciente. 

Avevano contemplato mondi consumati dalla loro stessa arroganza, civiltà estinte nell'oblio della loro fragilità. 

La Terra, con il suo clamore incessante, le sue nevrosi collettive e i suoi sprazzi di tenerezza, conservava nei loro occhi un'autenticità imbarazzante, una sincerità disarmante che li commuoveva più di quanto avrebbero ammesso.

La loro collaborazione si estese a un periodo di tempo che la mente umana fatica a comprendere: immaginiamo, per una vaga analogia, circa trentasette millenni galattici standard, misurati al di fuori dei principali pozzi gravitazionali. 

La loro missione attuale: monitorare Sol III, comunemente noto come Terra, un pianeta classificato come avente "sviluppo semi-caotico di tipo C, potenziale evolutivo significativo ma instabile". 

I suoi abitanti, i Terrestri, avevano superato soglie tecnologiche significative – padroneggiando le onde radio, scindendo l'atomo, inventando la pizza surgelata e sviluppando una sofisticata pratica dell'ironia – ma rimanevano irrimediabilmente confinati nella loro culla planetaria, ancora ignari dei viaggi interstellari e, forse ancora più cruciale, delle virtù dell'umiltà cosmica.

Il pianeta blu e i suoi rumorosi abitanti erano quindi oggetto di osservazione passiva, in quello che alcuni circoli di osservatori chiamavano, non senza un pizzico di condiscendenza, uno "Zoo". 

Il termine era proibito nei resoconti ufficiali, ritenuto riduttivo e irrispettoso, ma a volte prosperava nell'intimità dei loro scambi mentali, come una battuta di vecchia data.

"Sei ancora fissato con quell'individuo?" 

La domanda di X risuonò nel loro spazio di comunicazione condiviso, un'onda carica di curiosità analitica.

Y rimase in silenzio per un attimo, completamente assorta nella scena che si svolgeva sotto di loro. 

Un modesto tavolo da giardino di plastica bianca, macchiato da qualche briciola di pane secco. Intorno, uccelli i davano da fare, beccando il terreno con nervosa vivacità. 

Al centro di questo microcosmo, un uomo dai capelli grigi compiva gesti lenti, quasi rituali. Sorrideva, inclinava leggermente la testa e muoveva le labbra, pronunciando parole inudibili, ma chiaramente rivolte all'uccello.

Appollaiato sullo schienale di una sedia lì vicino, l'aria del mattino, ancora fresca, portava con sé il sottile profumo di terra umida dopo la rugiada e il lontano mormorio del traffico cittadino che iniziava ad agitarsi.

"Percepisco una... risonanza insolita", rispose infine Y. 

"Mi sembra che abbia appena fatto un sogno in cui la nostra presenza sia stata... percepita."

"Le produzioni oniriche umane sono notoriamente irrilevanti per le nostre analisi, Y. 

Rumore di fondo psichico, nella migliore delle ipotesi", ribatté X, con un pizzico di metodica impazienza.

L'essere umano era elencato: maschio, di mezza età, con abitudini sedentarie, incline alla contemplazione solitaria. 

Un profilo psicologico caratterizzato da una certa tranquillità comportamentale, gesti ripetitivi che suggerivano una ricerca di stabilità e una propensione a riflessioni di portata superiore al suo immediato contesto esistenziale, senza tuttavia scadere nel ridicolo o nell'illusione manifesta. 

Indossava una felpa scolorita, coltivava con cura un piccolo appezzamento di erbe aromatiche e intratteneva conversazioni a bassa voce con gli uccelli locali, adottando il tono confidenziale che altri riservano ai funerali o ai neonati. 

Una speranza segreta, forse, intessuta nel tessuto di questi scambi solitari, la debole speranza che l'universo non sia del tutto sordo alla musica silenziosa di un'anima attenta.

"Parla al volatile", aggiunse Y, come per sottolineare la rilevante stranezza della scena. 

"Spiega i benefici ecologici del non tagliare l'erba. Parla della resilienza dei denti di leone".

"Affascinante", scherzò X. 

Un silenzio calò tra loro, non un vuoto, ma una pausa nello scambio, un momento in cui il flusso costante di informazioni – pianti di neonati, appassionate dichiarazioni d'amore, algoritmi di borsa, battute fallite sui social media, video virali di gatti domestici – sembrò placarsi leggermente, lasciando il posto alla pura contemplazione. 

A questa altitudine di esistenza, il vero silenzio è merce rara, un lusso prezioso.

"Desidera ardentemente un segno", continuò Y. 

"Un gesto, per quanto piccolo. Un riconoscimento." 

Qualche istante prima aveva fatto una richiesta ad alta voce, guardando il cielo – cito testualmente: "Ti sfido, se sono davvero un abitante di uno zoo galattico, beh, che i guardiani mi mandino una nocciolina!" 

B fece una pausa. 

"Sorrideva mentre lo diceva. Ma sotto il sorriso... c'era qualcos'altro. Un'aspettativa. Quasi una preghiera mascherata da scherzo."

Una serie di rapide e complesse vibrazioni emanarono da A, l'equivalente di una risata repressa, ma abbastanza intensa da disturbare infinitesimamente la traiettoria di alcune particelle di polvere cosmica in un lontano braccio galattico.

"Un'arachide?"

"Precisamente."

"E stai seriamente considerando... non è vero... che dovremmo esaudire questa, diciamo, banale richiesta? 

Materializzargli un'arachide?"

B non rispose immediatamente. La sua attenzione tornò all'uomo che, nel suo minuscolo frammento di universo, stava ora distribuendo semi di girasole a uno stormo di passeri grati, il viso illuminato dal semplice piacere di sentire le prime gocce di una pioggia primaverile tamburellare sulla tela cerata che proteggeva il tavolo.

"Penso", disse infine B, con le parole tinte di delicata gravità, "che se un contatto iniziale, per quanto minimo, dovesse aver luogo... sarebbe meglio che avesse il sapore modesto e familiare di un'arachide piuttosto che l'aridità impersonale di un protocollo."

L'alba seguente si insinuò sul mondo con esitante delicatezza, come se temesse di disturbare il fragile sonno delle cose. Una luce diafana, tinta di perla e cenere, accarezzò le foglie ancora cariche di rugiada, rivelando la consistenza vellutata dei petali di viola del pensiero e il verde intenso dei fili d'erba che l'uomo ostinatamente lasciava crescere liberamente. 

Il profumo della terra umida, ricco e primordiale, si elevava dal terreno, mescolandosi all'aroma più fresco e vegetale dell'edera che si arrampicava sul vecchio muro di mattoni. L'uomo – conserviamo questa modestia dell'anonimato, riflesso della sua discrezione – spalancò la porta sul retro della sua dimora, mentre una tazza fumante rilasciava nell'aria immobile il vapore aromatico del tè nero.

Si fermò sulla soglia, inspirando profondamente, con gli occhi socchiusi, come per assaporare meglio la consistenza olfattiva del momento presente, un rituale silenzioso ripetuto ogni mattina. Il silenzio non era assoluto; un merlo invisibile lanciava i suoi trilli flautati dalla cima di un albero vicino, e il lontano ronzio della città stava appena iniziando a tessere il suo paesaggio sonoro.

"Signore e signori del mondo pennuto", mormorò a un piccolo gruppo di uccelli – passeri, cince, un audace pettirosso – allineati lungo la staccionata di legno stagionato, "l'ordine del giorno di oggi include un'ispezione approfondita del timo. Obiezioni? No? Perfetto. La seduta è aperta."

Parlava con quell'intonazione delicatamente cerimoniale tipica di coloro che vivono la solitudine non come un'assenza, ma come un diverso tipo di presenza, scegliendo di popolare il loro silenzio con conversazioni immaginarie. Il tavolo da giardino luccicava, punteggiato di goccioline iridescenti nella luce nascente. 

Una cinciarella vivace e curiosa eseguiva una serie di saltelli laterali sullo schienale di una sedia, con la testa inclinata, apparentemente soppesando le implicazioni dell'annuncio.

Nel frattempo, nella loro dimensione adiacente, A e B continuavano la loro osservazione immateriale. Presenti in assenza, fluttuanti nel flusso continuo di dati che turbinavano intorno a loro come nastri evanescenti: temperatura ambiente, umidità, variazioni del campo magnetico locale, la frequenza cardiaca dell'uomo, l'ampiezza dei loro micro-sospiri inconsci.

"Non c'è una sorta di... regressione intellettuale in questo esemplare, che conversa solo con il regno vegetale e quello aviario?" si chiese A, la cui logica cercava una classificazione razionale.

"Forse, una forma di comunicazione intuitiva tra regni, potremmo dire."

"Un romanticismo antropomorfico di sconcertante inefficienza pratica", intervenne A.

"Ha chiesto comunque la loro opinione", sottolineò B.

A emise una serie di impulsi mentali che tradivano un sospiro venato di scettico divertimento.

"Quale sarà il prossimo passo? 

Una lettura di poesia clorofilliana per le asteracee?"

Sulla Terra, l'umano si era avvicinato al tavolo e si era chinato su un piccolo quaderno a spirale lasciato lì il giorno prima, accanto alla sua tazza ormai vuota. Rilesse un appunto scarabocchiato a matita, con una calligrafia accurata:

"Se fossimo davvero sotto costante osservazione, l'apparente silenzio dell'universo significherebbe una cospirazione indifferente o una forma di muta compassione?"

Un leggero sorriso gli si distese sulle labbra. Prese la matita, aggiunse il punto interrogativo mancante, poi alzò di nuovo lo sguardo verso il cielo azzurro pallido dove le ultime stelle stavano svanendo come ricordi. La speranza segreta, quella piccola fiammella tremolante in un angolo del suo cuore, sembrò riaccendersi con questo pensiero.

"Una nocciolina..." mormorò tra sé e sé, il sorriso che si allargò. "Ammettilo, sarebbe assolutamente irresistibilmente divertente da una prospettiva cosmica! Un esempio di umorismo intergalattico di prim'ordine! Dai, ti sfido! Anche solo per la sua assoluta assurdità!"

La sua risata esplose, schietta e chiara, un suono vibrante e gioioso che fece sussultare il pettirosso dal suo trespolo sulla staccionata. Una risata che sembrò, per un fugace istante, far vibrare l'aria del mattino con un'increspatura inaspettata.

Nel loro piano parallelo di esistenza, B si raddrizzò mentalmente, un sottile allarme gli percorse l'essere.

"Ecco", trasmise ad A. "Ecco."

"Ecco cosa? Di nuovo la tua 'risonanza'?"

"La vibrazione. L'onda che trasporta pura intenzione. Il tremore nel campo informativo. Non lo percepisci?"

"Percepisco un'emissione sonora di 75 decibel e un aumento transitorio della frequenza cardiaca. Dati fisiologici standard", ribatté A, dispiegando mentalmente una proiezione olografica del protocollo di intervento Z-nu, sezione gamma, paragrafo 12. Il testo normativo tremolava dolcemente nello spazio condiviso: questo

Trentotto pagine di vincoli, prerequisiti, analisi dei rischi, casi speciali, eccezioni estremamente rare, controindicazioni metafisiche e un'appendice dettagliata sulle potenziali reazioni allergiche interspecie.

"Quindi state seriamente pensando di avviare una richiesta formale per la materializzazione non autorizzata di un legume della famiglia delle Fabaceae?" chiese A, con un tono che indicava più una rigorosa valutazione delle implicazioni procedurali che un'opposizione di principio.

"No", rispose B. "Sto pensando di rispondere a un sorriso con un altro sorriso. Di onorare un giocoso atto di fede. Voglio... far brillare qualcosa negli occhi di un giardiniere solitario."

"La sfumatura è... poetica", ammise A. "Ma amministrativamente complessa."

Rimasero in silenzio per un attimo, uno di fronte all'assurdità procedurale dell'atto proposto, l'altro alla sua semplice e disarmante bellezza. Il merlo continuò il suo canto, ignaro dei dilemmi esistenziali che si svolgevano a pochi piani di realtà di distanza.

Sulla Terra, l'uomo stava osservando un'ape indaffarata, che iniziava il suo giro quotidiano tra i fiori in fiore. La seguì con lo sguardo mentre si posava delicatamente su un fiore di borragine, quella pianta umile e resistente che aveva reclamato il suo territorio da quando i suoi vicini avevano finalmente rinunciato all'uso di pesticidi. 

Un piccolo, silenzioso trionfo per la biodiversità locale e per l'uomo, che lo vedeva come una conferma delle sue scelte. Bevve un ultimo sorso del suo tè, ormai tiepido, e tornò dentro, lasciando il giardino ai suoi abitanti naturali e ai suoi osservatori invisibili.

Nell'altra dimensione, A emise l'equivalente di un lungo sospiro ondulato, una cascata di micro-collassi di onde probabilistiche.

"Benissimo", concesse. "Procediamo."

B irradiò un'ondata di contenuta soddisfazione. "Davvero? Approvi?"

"Sì. Ma nel rigoroso rispetto dei protocolli di occultamento. Modulo X22-bis, categoria "Intervento Minore a Impatto Zero", convalida tramite canale silenzioso, firma energetica mascherata. Se dovesse essere avviata un'indagine, invocheremmo una fluttuazione quantistica casuale o, in caso di necessità, un contributo non richiesto alla biodiversità degli uccelli locali. Nessuno sarebbe in grado di ricondurlo a noi."

B sorrise raggiante di una gioia silenziosa ma profonda.

"Perfetto. Si materializzerà alla prossima alba terrestre. Appoggiato discretamente sul tavolo."

E mentre definivano i dettagli di questa operazione clandestina e benevola, l'universo continuava il suo corso maestoso, tessendo il suo infinito arazzo di nascite stellari e silenzi intergalattici, indifferente ai minuscoli drammi e alle speranze segrete di un piccolo pianeta blu perso in un braccio oscuro della Via Lattea.

Il giorno seguente albeggiava appena, allungando le sue dita di luce ancora incerta, il colore dell'opale e della nebbia, sui tetti addormentati e sulle sagome frastagliate dei rami spogli. Il giardino, immerso in una profonda quiete, esalava i complessi profumi della terra rivoltata dai vermi notturni, dell'humus in decomposizione e del silenzio secolare delle piante. Tre presenze distinte stavano per convergere in questo preciso punto dello spazio-tempo:

Sulla superficie leggermente ruvida del tavolo da giardino di plastica bianca, posata con la studiata nonchalance di un gesto al tempo stesso minuscolo e cosmico, giaceva un'arachide. Unica. Solitaria. Inconfutabilmente reale, con il suo guscio beige scanalato, promessa di un nocciolo croccante.

Sul ramo più alto della vecchia quercia che dominava il giardino, una ghiandaia, creatura dall'intelligenza acuta e opportunista, si stava svegliando prima del resto del mondo. Non per una saggezza contemplativa, ma per l'imperativo biologico della fame. Una fame precisa, acuita dal freddo mattutino, un'equazione semplice da risolvere. 

Emerse dal suo riparo frondoso con un brivido, scuotendo il suo piumaggio brillante: un sorprendente mix di rosa camoscio, nero e bianco, e quelle penne delle ali blu elettrico striate di nero che contraddistinguono la sua specie. Il suo occhio acuto, veloce come una biglia d'onice, esplorò l'ambiente circostante e si posò.

E sotto il tetto della piccola casa, il nostro anonimo umano aprì gli occhi alla luce che filtrava attraverso le tende. Si stirò profondamente, un leggero scricchiolio proveniva dalle sue spalle, e sbadigliò senza ritegno. Con gli occhi ancora chiusi, tastò a piedi nudi il pavimento fresco alla ricerca delle pantofole. Si alzò, andò in cucina nella penombra e riempì il bollitore. Il familiare Il gorgoglio dell'acqua che iniziava a scaldarsi scandiva il lento raccogliersi dei suoi pensieri sparsi.

Dal suo trespolo aereo, la ghiandaia teneva gli occhi fissi sul tavolo. Inclinava la testa, ruotandola ad angoli improbabili, come per valutare la natura e la consistenza di quell'oggetto incongruo apparso nel suo territorio.

e. Il suo cervello aviario, veloce ed efficiente, eseguì un'analisi rischi-benefici in una frazione di secondo:

Potenziale oggetto commestibile? (Alta probabilità)

Accessibilità? (Ottimale, senza ostacoli)

Concorrenza? (Nessuna per ora)

Rischi associati (predatori, trappole)? (Minimi al momento)

Finestra di opportunità? (Brevissima)

La conclusione fu immediata e inequivocabile: "Azione!" Con un potente slancio, si lanciò, fendendo l'aria fresca, una rapida freccia di piume e determinazione. Atterrò sul tavolo con sorprendente precisione, senza la minima esitazione.

Nello stesso istante, l'umano, con la tazza di tè fumante in mano, si avvicinò alla finestra della cucina che si affacciava sul giardino. Il suo sguardo percorse distrattamente la scena familiare: il prato incolto, le aiuole ancora addormentate, il patio... La sua attenzione fu improvvisamente catturata dal lampo di colore e dal movimento sul tavolo. Quel blu vibrante, quel rosato, quel contrasto di bianco e nero.

Osservò la ghiandaia, magnifica nel suo piumaggio mattutino, saltare una volta sul tavolo, poi afferrare rapidamente qualcosa con il suo potente becco.

Per la ghiandaia, fu un momento di pura, primordiale soddisfazione, il successo istintivo di una ricerca mattutina. Nessuno spazio per interrogativi metafisici o gratitudine verso ipotetici benefattori cosmici. Solo la semplice, brutale chiarezza di una vittoria opportunistica. Prese il volo immediatamente, con l'oggetto del suo desiderio saldamente al sicuro, tracciando un ampio arco verso l'alto verso la sicurezza dei rami più alti, senza voltarsi indietro.

L'uomo sorrise mentre la guardava volare via.

"Beh", mormorò al vetro della finestra, appannato dal calore della sua tazza, "sembra che qualcuno stia iniziando la giornata col botto! Un vero piccolo pirata mattutino."

L'uccello non era più altro che un puntino colorato che scompariva dietro il fogliame della quercia.

L'uomo aprì la porta, uscì sulla terrazza, inspirando l'aria tonificante. Si sedette lentamente al tavolo, riprendendo la sua silenziosa conversazione con il mondo circostante. Immerse le labbra nel tè fumante, lasciò vagare lo sguardo sulle venature delle foglie di hosta e ascoltò il miagolio lamentoso di un gatto invisibile da qualche parte lì vicino.

Poi, il suo sguardo fu attratto da un minuscolo dettaglio sulla superficie bianca del tavolo, proprio accanto alla sua tazza: un frammento di conchiglia. Un piccolo frammento beige, curvo e striato. Lo raccolse delicatamente tra il pollice e l'indice, lo esaminò con distratta curiosità, aggrottando quasi impercettibilmente le sopracciglia.

"Beh..." disse a bassa voce. "Dovrò pensare a pulire il tavolo."

Nella loro dimensione adiacente, A e B osservavano la scena, avvolti in un silenzio carico di implicazioni.

"Non ha percepito assolutamente nulla", osservò A, con un pizzico di... delusione analitica?

"No", confermò B, con un tono venato di gentile malinconia. "Il manufatto non suscitò alcun riconoscimento. Nessuna connessione. Ma... sorrise quando vide l'uccello. E si fermò quando trovò la conchiglia. Un infinitesimale momento di perplessità."

Un silenzio fluttuante calò tra loro, intessuto dei tranquilli fili di probabilità irrealizzate.

"Pensi che lui... abbia capito, anche solo intuitivamente?" "Chiese A, con il suo solito rigore leggermente attenuato.

"Assolutamente no", rispose B. "La sua mente categorizzò l'evento come un'anomalia minore, senza alcun significato particolare. Ma... per una frazione di secondo, il suo sguardo si fermò. Il flusso dei suoi pensieri fu brevemente interrotto. Il mondo poteva sembrare... leggermente diverso. Quel tanto che bastava perché il tessuto della realtà tremasse impercettibilmente sotto i suoi piedi. Ecco cos'è la risonanza. Non comprensione, ma una sottile perturbazione dell'ordinario. Un'eco senza una fonte identificabile."

A faceva roteare un complesso flusso di dati tra le sue appendici mentali, come un essere umano che fa rotolare una moneta tra le dita.

"E se, per qualche improbabile coincidenza, fosse stato allergico alle arachidi?" ipotizzò.

"Il protocollo Appendice VII, Clausola 4b, sullo shock anafilattico interdimensionale indotto?"

"Precisamente." O peggio, se l'avesse mangiata?

"Mangiata?" ripeté B.

"Sì. L'ha ingoiata. Senza pensarci due volte. Ha solo... mordicchiato l'arachide come uno spuntino, ha innaffiato il tutto con un sorso di tè e se n'è andata."

A rabbrividì, un'increspatura le percorse la figura eterea.

"Detto questo... tutta questa meticolosa operazione, questa sottile elusione delle regole, questo... intervento? A cosa sarebbe servito?"

B lasciò la domanda in sospeso per un attimo, poi rispose con disarmante semplicità:

"A dare da mangiare a una ghiandaia?"

Si guardarono, in uno scambio di percezioni dirette e complesse. Poi, un'ondata di risate condivise – se così si può dire – si diffuse tra loro. Una specie di gorgoglio.

Un evento interdimensionale, una vibrazione gioiosa e assurda, causò, in un angolo dimenticato di una nebulosa lontana, la fugace apparizione di un motivo luminoso stranamente simile a dei baffi.

"Questo, tuttavia, semplificherà notevolmente la stesura del rapporto sull'incidente", sospirò A, riacquistando la sua compostezza burocratica.

"Infatti", concordò B. "Osservazione: il soggetto primario non ha interagito con l'artefatto. Artefatto intercettato e consumato da un soggetto secondario non bersaglio (una specie di uccello locale). Conclusione: nessun impatto sul soggetto primario. Incidente chiuso." "L'uccello si è dimostrato più... pragmatico dell'umano, in definitiva", osservò A.

"Una conclusione di grande rigore scientifico", concordò B.

"E non senza una certa ironia poetica", aggiunse A.

"Sei davvero incorreggibile, A."

"Le mie osservazioni qualitative sono statisticamente valide, B."

"E in ogni caso", concluse, "l'entità che ha fatto la richiesta l'ha ottenuta."

B lo corresse gentilmente: "Non l'umano. L'uccello."

giovedì 29 gennaio 2026

“Lo sguardo nel tempo della filosofia” vol. 3 - Articolo su Molfetta Free

È appena uscito il 3^ volume della collana “Lo sguardo nel tempo della filosofia” di Fabio Squeo, saggista e poeta, di origini molfettesi, laureato in Filosofia.

Si conferma la linea di pensiero che ha guidato la stesura dei primi due volumi, e cioè si presentano i nuclei di pensiero di autori noti e meno noti, antichi e contemporanei, sempre con un linguaggio accessibile, fluido, piacevole, che non vuole andare nel tecnicismo spinto, ma comunque mantenere la rilevanza dei concetti espressi.

“A sostegno dei miei scritti voglio chiarire che chi scrive di filosofia non è un mestierante” – esordisce Fabio Squeo – “Conseguire una laurea in filosofia non equivale semplicemente ad acquisire un titolo accademico, ma significa entrare in contatto con la struttura interna, complessa e stratificata, della ricerca filosofica. Chi si dedica a tale disciplina impara ben presto che il suo fine ultimo non coincide con l’ottenimento di una professione nel senso comune del termine; la filosofia non si orienta primariamente verso l’utile, ma verso la verità e la bellezza che illuminano l’esistenza”.

“Il filosofo non ‘lavora’ nel senso ordinario, poiché la sua attività non può essere ridotta a un mestiere o a una funzione produttiva” – prosegue Fabio Squeo – “essa è, piuttosto, un compito, una vocazione che impegna l’intera persona. Vivere filosoficamente significa assumere la bellezza - intesa non come ornamento, ma come forma suprema dell’apparire del vero - come principio che guida e modella la vita. Il filosofo sa che la sua responsabilità non consiste nel garantire un servizio, quanto nel mantenere aperta la domanda sul senso, nel vigilare sulla densità del mondo, nel coltivare quello sguardo capace di cogliere l’essenziale”.

In questo senso, la filosofia non è un lavoro perché non ha un orario né un rendimento misurabile” – conclude Fabio Squeo – “È un compito perché richiede fedeltà, disponibilità interiore, e soprattutto una forma di vita che non smetta mai di interrogare e di lasciarsi interrogare. Chi sceglie la filosofia sceglie, in definitiva, di vivere dentro la bellezza del pensiero, e di lasciarsi costituire da essa. Con queste premesse auguro un meraviglioso viaggio tra le migliori menti che hanno contribuito a nobilitare la filosofia”.

Il libro “Lo sguardo nel tempo della filosofia: Volume 3” è disponibile sulla piattaforma Amazon al seguente indirizzo: 

https://www.amazon.it/dp/B0GK2JRZWD


di Sabino Pisani

Milena Melchiorre esce con "Punto a capo"




Punto a Capo è il primo album di Milena Melchiorre, artista abruzzese che sta rapidamente conquistando l’attenzione del panorama musicale italiano. Il disco è disponibile su tutti i principali store digitali, mentre il CD audio può essere richiesto sul sito di Cinemusica Nova srls all’indirizzo ufficiale: www.ideasuoni.com

Il progetto discografico è composto da sei brani originali, tutti scritti, musicati e interpretati dalla stessa Milena Melchiorre. Gli arrangiamenti portano la firma del rinomato chitarrista romano Stefano Zaccagnini, che ha contribuito a definire l’identità sonora dell’album. Ad affiancare l’artista, un gruppo di musicisti di grande esperienza: Alessandro Sanna al basso, Gianni Aquilino al pianoforte e tastiere, Pino Vecchioni alla batteria e Giovanna Famulari al violoncello. La loro presenza arricchisce il progetto con un sound intenso e coinvolgente, capace di valorizzare appieno la sensibilità artistica di Milena Melchiorre.


Per celebrare l’uscita dell’album, Milena Melchiorre sarà protagonista di numerose serate live a partire da gennaio 2026, nelle principali città del centro Italia. I concerti rappresenteranno un’occasione preziosa per scoprire dal vivo la sua musica e il suo talento interpretativo. "Punto a Capo" è un esordio sincero e intenso, che segna l’inizio di un percorso artistico da seguire con attenzione. Un album che invita all’ascolto profondo e alla riflessione, senza filtri né artifici. 

Fermarsi non è una resa, è un atto di consapevolezza, il gesto di chi sceglie di ascoltarsi davvero. "Punto a Capo" nasce da questa esigenza profonda, come un ritorno al centro delle emozioni, dove l'autrice mette a nudo la propria fragilità trasformandola in linguaggio sonoro. Sei brani come sei confessioni, sei stanze emotive in cui l’ascoltatore è invitato a entrare senza bussare, lasciandosi attraversare da immagini, silenzi e verità scomode. Il romanticismo che percorre l’album è autenticamente umano, fatto di carezze che salvano e di paure che restano.

Guance apre il disco come un sogno a occhi socchiusi. La narrazione è delicata e quasi onirica, la protagonista cerca rifugio in una carezza, in un gesto d’affetto che promette protezione, ma che finisce per rivelare una vulnerabilità ancora più profonda. Con MareMilena Melchiorre si confronta con l’idea dell’enormità e dell’ignoto. Il mare diventa simbolo dell’infinito che spaventa e attrae, luogo in cui la maschera cade e l’abbandono alle onde diventa un atto di accettazione della propria umanità. 

Istanti è il ritratto di una generazione che impara ad amarsi tra silenzi, playlist notturne e messaggi mai inviati. Due anime giovani si tengono strette mentre il mondo corre troppo veloce, sospese tra il timore di sbagliare e la sensazione di non essere mai abbastanza. In Dentro un lunedì, la quotidianità diventa spazio di riflessione. Una bambina cresciuta troppo in fretta attraversa la monotonia di una giornata qualunque sentendosi fuori sincronia con l’amore e la semplicità che la circondano, desiderando rallentare il tempo per ritrovare respiro. 

Con mondo defibrillatore il battito accelera. La vita appare come una corsa incessante che invade ogni spazio, lasciando solo sensazioni rapide e irrisolte. Il brano interroga il confine tra giusto e sbagliato mentre si è trascinati dentro una realtà veloce e fragile. A chiudere l’album è Mi sono permessa…, una resa che si trasforma in conquista. L’esigenza emotiva prende il sopravvento sull’ansia sociale, fino a una verità semplice e disarmante: il tempo non si affronta, si vive. "Punto a Capo" è un nuovo inizio. Un album che invita ad ascoltarsi, a perdersi e ritrovarsi, ricordando che la fragilità, quando viene raccontata con sincerità, può diventare la forma più pura d’amore.


Note d’autore 

Milena Melchiorre è una cantautrice e studentessa di Filosofia, nata nel 2004 e originaria di Giulianova, cittadina abruzzese affacciata sul mare. Attualmente studia Filosofia presso l’Università “La Sapienza” di Roma, percorso che riflette la sua naturale inclinazione all’introspezione e all’analisi del sé e del mondo.

Scrive fin dall’infanzia, trovando nella parola uno strumento per ordinare i pensieri e dare forma alle emozioni. Con il tempo, la scrittura si è intrecciata alla musica, dando vita a una voce artistica autentica e personale. La chitarra accompagna costantemente il suo percorso creativo, dalle prime composizioni ai contesti live.

Negli ultimi anni ha portato la propria musica in eventi e serate locali, partecipando anche al Festival Mogol Battisti, dove ha presentato un brano inedito.

Il 10 dicembre 2025 segna l’uscita del suo primo album, Punto a Capo, prodotto dall’etichetta Cinemusicanova, con il contributo di Nuovo IMAIE.

mercoledì 28 gennaio 2026

Lo sguardo nel tempo della filosofia - vol. 3

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Lo sguardo nel tempo della filosofia” vol. 3, continua ad offrire ai lettori l'opportunità di dialogare con i grandi autori antichi e contemporanei, pur se alcuni non sono noti al grande pubblico, ma certo non per questo meno interessanti e originali nel formulare le loro teorie. 

Va riconosciuto che ogni pensatore ha dovuto esprimersi nel contesto storico-sociale del suo tempo, per cui la diffusione delle idee non è sempre stata facile o almeno possibile. Il tempo e la passione per la filosofia di molti studiosi, hanno permesso di valorizzare opere che ingiustamente sono rimaste ripiegate nel passato.

Fabio Squeo ha sentito l’esigenza di riproporre le idee di chi ha avuto poca attenzione dagli accademici, affiancandole a quelle dei nomi illustri. Il risultato premia il piacere della lettura poiché i confronti che vengono puntualmente presentati, aiutano ad apprezzare la qualità dei pensieri. 

Ecco, quindi, si guadagna la possibilità che un libro, una pagina strappata o un manoscritto dimenticato, possano superare le barriere del tempo e presentarsi rinnovata all’attenzione del lettore.

In questo senso ci si avvicina alla lettura entrando in un dialogo, seppur mediato e asincrono, con concetti e idee capaci di avere un impatto sul modo di vedere il mondo, e in ultima analisi, rimanere impregnati di quegli antichi valori che sono stati patrimonio dei filosofi.

Il buon Wittgenstein affermava che ognuno di noi vive un dualismo tra il proprio mondo interiore - inteso come pensiero - e il linguaggio che è in grado di esprimerlo nel mondo. Ed è proprio questo il punto. Se è vero che la comunicazione è alla base della sopravvivenza degli individui immersi nella socialità, allora è possibile affermare che il nostro mondo non è altro che il prodotto delle idee che ne costituiscono le fondamenta. 

Basti pensare ai diritti fondamentali dell’uomo, alle leggi che governano la natura e l’universo, ai prodotti e ai servizi di cui avidamente usufruiamo ogni giorno, in quella che oggi sembra essere l’unica narrazione totalizzante del “consumo dunque sono”. Ebbene sì: tutto questo nasce da un’idea. Buone o brutte che siano, le idee sono il fondamento di ogni società e come tali possono essere accolte, plasmate o sottoposte a giudizio critico. 

Questo terzo volume non vuole essere un manuale, ma una solida guida - come la stella polare durante la navigazione notturna - nel mare della conoscenza. Il resto lo costruiamo noi, pensando con la nostra testa, perché se è vero che l’essenziale è invisibile agli occhi, come del resto i pensieri e le idee, che sono immateriali, è altrettanto vero che, per dare voce alla nostra intersoggettività, occorrono degli approdi lungo la rotta tracciata dagli autori del passato. 

Essa ci permette non solo di “navigare” tra le grandi menti, ma ci consente, qualora vi sia tale volontà, di progredire attraverso quegli strumenti che ci orientano verso un pensiero critico autentico, capace anche di dissentire dal pensiero comune quando necessario.

(Prefazione di ErminioTota)

lunedì 26 gennaio 2026

Il risveglio della consapevolezza


Una delle illusioni più sottili e pervasive del viaggio spirituale è la convinzione, fin troppo comune, che il risveglio della consapevolezza sia da qualche parte nel futuro. Lo immaginiamo come una vetta lontana, qualcosa da raggiungere attraverso lo sforzo, la disciplina o l'intuizione accumulata. Ci concentriamo quindi su questi pensieri costanti e ripetitivi che sembrano proiettare la nostra autorealizzazione in un futuro lontano.

Non trovando altre opzioni, impieghiamo un'infinità di pratiche e discipline spirituali. In effetti, proviamo praticamente qualsiasi cosa tranne realizzare la Verità nell'unico modo letterale possibile: il risveglio consapevole non è un evento in attesa di accadere; è un atto disponibile SOLO qui e ora.

Dovremmo ricordare che cercare significa presumere l'assenza e sforzarsi significa implicare la distanza. Eppure ciò che stai cercando non è né separato da te né nascosto nell'abisso illusorio del tempo. È il fondamento stesso del tuo essere: la presenza silenziosa e immutabile in cui nascono tutte le esperienze.

Come increspature che agitano la superficie di un lago immobile, i nostri sforzi per "risvegliarci" creano movimento dove non ce n'è bisogno. Quando lo sforzo si ferma, la quiete naturale si rivela come se fosse sempre stata presente.

Abitualmente ci definiamo attraverso il corpo e la mente: attraverso la forma, la sensazione, il pensiero e l'emozione. Notate, però, come tutto ciò con cui tipicamente ci identifichiamo sia in continuo mutamento. 

Il corpo cambia, invecchia, si indebolisce e alla fine torna polvere. I pensieri appaiono e svaniscono. Persino le emozioni salgono e scendono come le maree nell'oceano. Tutto ciò che va e viene non può essere ciò che siete veramente.

Cosa rimane, allora?

C'è qualcosa dentro di voi, qualcosa di trascendente, che conosce il corpo, osserva la mente e assiste a ogni sensazione senza cambiare. Questa presenza consapevole era presente durante l'infanzia, rimane ora e non sarà alterata dalla dissoluzione finale del corpo. Il corpo è un veicolo – utile, temporaneo e necessario per l'esperienza – ma non è il conducente. Tu sei colui che indossa il corpo come un indumento; non sei il corpo stesso.

Quando questo è chiaramente visibile, l'identificazione si allenta naturalmente. La vita continua, ma non è più appesantita dalla convinzione fittizia che la tua esistenza sia fragile o dipendente dalla forma.

Poche paure plasmano il comportamento umano con la stessa forza della paura della morte. La morte non è reale nel modo in cui la immaginiamo. Ciò che muore è il corpo, non l'essere.

Il corpo è come un costume indossato da un attore in una commedia. Quando il ruolo e la storia finiscono, il costume viene semplicemente rimosso, ma l'attore rimane intatto. Allo stesso modo, ciò che sei veramente non inizia con la nascita né finisce con la morte. Nascita e morte appartengono al regno della forma, non al testimone senza tempo che osserva la forma. Se riesci a percepire il mondo fisico, devi essere al di là del mondo fisico.

Quando ti conosci come ciò che è consapevole, piuttosto che ciò che appare, la morte perde il suo potere. La paura si dissolve, non perché la vita venga negata, ma perché ne viene riconosciuta la continuità più profonda.

Gran parte dell'impegno umano è un tentativo di assicurarsi la libertà attraverso mezzi esterni: successo, ricchezza, riconoscimento, relazioni e circostanze favorevoli. Eppure il mondo, per sua stessa natura, è non permanente e che tutto ciò che dipende dalle condizioni prima o poi deluderà.

La vera libertà non nasce dal controllo della vita, ma dal non esserne più internamente vincolati. Quando cessi di identificarti con il corpo, la mente e i ruoli che svolgi, emergono una profonda quiete e una tranquilla lucidità. Questa quiete non è passiva o ritirata: è viva, vigile e puramente incondizionata.

La libertà è ciò che rimane quando la Luce della Verità scaccia l'oscurità dell'illusione. L'illusione dell'"io"

Ciò che comunemente riconduciamo al "sé" – l'"io" personale – è rivelato

Esaminandolo attentamente, si rivela nient'altro che un costrutto mentale. È un riflesso interno fortemente condizionato che funge da punto di riferimento. Sebbene analizzato attentamente, non regge. È frutto di memoria, condizionamento, ruoli sociali e identificazione corporea.

Questo "io" egoico insiste sulla separazione: io sono questo, non quello; esisto separato dal mondo; devo proteggermi e difendermi; ho bisogno della loro convalida e approvazione. Iniziamo già a vedere le incongruenze, e non ne abbiamo nemmeno scalfito la superficie. Se osservato con chiarezza e onestà, non ha una sostanza indipendente. È il movimento di un pensiero, niente di più. Non è una realtà.

Una volta che vediamo attraverso l'illusione del sé personale, ciò che rimane non è il vuoto in senso negativo, ma una conoscenza vasta e informe: altruistica, senza tempo e completa. 

Questo vuoto è paradossalmente completezza, o ciò che i cristiani chiamano santità. E da esso scaturiscono tutti i tratti virtuosi che hai disperatamente cercato di coltivare nel corso degli anni. Ciò di cui stiamo parlando non è qualcosa che diventi. È ciò che sei quando il falso "io" viene sconfessato.

La mente prospera sulla divisione. Tende a categorizzare l'esperienza in opposti: vita e morte, piacere e dolore, sé e altro. Ora, queste distinzioni possono essere utili per il funzionamento pratico, ma oscurano una verità più profonda se lo si permette: la realtà è indivisibile.

Tutte le forme, tutte le esperienze, nascono da un'unica fonte e a essa ritornano. Quando la mente cessa la sua divisione compulsiva, il senso di separazione si dissolve, rivelando una completezza sottostante. 

In questa completezza, la paura perde il suo predominio, l'avidità non ha più alcun appiglio e la sofferenza diminuisce esponenzialmente. Queste nuove benedizioni non si realizzano perché si controllano le circostanze, ma perché chi soffre non è più immaginato come un'entità separata.

Una volta che l'illusione di separazione si dissolve, l'amore e la compassione sorgono naturalmente. Non sono più obblighi morali o una mappa soprannaturale verso il bene; sono semplicemente espressioni dell'essere. L'amore guidato dall'ego è sempre transazionale. È plasmato dalla paura, dall'attaccamento e dalle aspettative. Il vero amore fluisce senza sforzo, senza pretese né condizioni.

Come il sole splende senza scegliere chi riscaldare, la compassione risvegliata non discrimina mai. L'amore incondizionato non si pratica; si vive. Quando non c'è più un falso sé da difendere, l'amore rimane come la fragranza naturale e persistente della verità.

 "La saggezza mi dice che non sono nulla. L'amore mi dice che sono tutto.

Tra i due scorre la mia vita

-  Nisargadatta Maharaj 

domenica 25 gennaio 2026

Il cane ferito



Negli ultimi anni della sua vita, Sahib fece qualcosa che nessuno si aspettava.  Costruì una fabbrica. Non un piccolo laboratorio, ma una vera e propria fabbrica di abbigliamento. E una volta avviata, praticamente ci si trasferì. Trascorreva dalle sedici alle diciotto ore al giorno nel suo ufficio. Quando la stanchezza lo sopraffece, dormiva nella stanza degli ospiti della fabbrica e tornava al lavoro all'alba.

Parallelamente alla sua attività commerciale, conduceva una vita da santone. Molto spesso apriva il suo spazio a gente bisognosa di conforto. In ogni incontro la sala era pieno. 

La gente arrivava portando con sé dolore, paura, malattia, debiti, matrimoni falliti e preghiere silenziose. Sahib ascoltava. Alzava le mani in preghiera. E in qualche modo, spesso inspiegabilmente, i loro problemi si alleviavano.

Poi, senza preavviso, la sua vita prese una brusca svolta. Fu un cane a creare una rottura nella vita conduceva.

Una mattina, al suo arrivo, notò un cane di taglia media che si trascinava nel magazzino. Quando lo guardò attentamente, il suo cuore si strinse. Il cane era gravemente ferito.

Tre zampe erano rotte. La mascella era danneggiata. Aveva una profonda ferita sul ventre. Era stato chiaramente investito da un veicolo ed si era trascinato fino al magazzino, usando una sola zampa.

Sahib provò un moto di compassione. Decise di chiamare un veterinario, far curare il cane e poi liberarlo di nuovo in strada.

Ma, senza un motivo apparente, si bloccò. Rispose il telefono.

Un pensiero strano gli attraversò la mente. 

Il cane era indifeso. Non poteva cacciare. Non poteva implorare. Non riusciva nemmeno a stare in piedi correttamente. In quelle condizioni, non poteva cavarsela da solo.

Così volle mettere alla prova la sua fede: "Vediamo come la Provvidenza nutre questa creatura".

Non fece nulla e scelse semplicemente di osservare il corso del destino di quel cane.

Il cane rimase privo di sensi per tutto il giorno. Al calar della sera, Sahib vide un altro cane sgattaiolare attraverso il cancello della fabbrica. In bocca aveva un lungo pezzo di carne. Il cane sano si diresse silenziosamente verso il magazzino, svegliò quello ferito e gli mise la carne vicino alla bocca.

Il cane ferito non riusciva a masticare. Spinse via la carne. Il cane sano la raccolse, la masticò finché non si ammorbidì, poi mise delicatamente il boccone ammorbidito nella bocca del cane ferito. Il cane ferito deglutì.

Poi il cane sano uscì, immerse la coda nella cisterna dell'acqua, tornò e mise la coda bagnata nella bocca del cane ferito. Il cane ferito succhiò l'acqua per dissetarsi. Il cane sano se ne andò, calmo e soddisfatto.

Questa scena si ripeteva ogni sera. Passarono i giorni. Alla fine, le ferite del cane investito cominciarono a rimarginarsi e poi fu in grado di muoversi seppure lentamente. 

Si era compiuto un miracolo!

Una notte, pensando alla storia del cane, Sahib si pose una domanda: Se Dio può procurare del cibo per un cane ferito, non provvederà del pane per me? 

Quella domanda lo tenne sveglio.

E in quel silenzio, credette di aver trovato la verità sulla Provvidenza.

Sahib cedette la fabbrica a suo fratello e si ritirò dal mondo.

Digiunava ogni giorno. Pregava dall'alba all'alba successiva. Passarono gli anni. Dio continuò a provvedere a lui. Le sue preghiere furono esaudite. La gente iniziò a chiamarlo "uomo Santo".

I devoti raccoglievano la polvere dei suoi passi come amuleti. Ma il destino aveva ancora una lezione in serbo per lui.

Era un mite pomeriggio invernale. Sahib stava parlando di spiritualità a un gruppo di persone. Durante la discussione, raccontò la storia del cane ferito.

Concludendo così: "La provvidenza insegue sempre gli esseri umani, ma gli umani stolti inseguono la provvidenza. Se la fiducia è viva, il sostentamento arriva, proprio come è successo a quel cane ferito. Ho imparato la fiducia da quel cane. Per trent'anni non ho mai sofferto la fame."

Tra gli ascoltatori sedeva un giovane professore. Indossava jeans. Gli auricolari gli pendevano lenti dalle orecchie.

Si tolse un auricolare e rise. "Con rispetto, Sahib", disse, "il cane meritevole non è quello ferito. È quuello sano che ha aiutato il cane ferito, fornendogli le sue cure senza l’attesa di ricompensa."

Calò il silenzio.

"Se aveste imparato dal cane servitore invece che da quello ferito", continuò il professore, "la vostra fabbrica sarebbe ancora in funzione oggi, sfamando centinaia di famiglie."

Poi, continuò: "La mano più forte è meglio di quella più debole. Quel cane sano era la mano più forte. Perdonatemi, ma un uomo d'affari generoso vale di più per la società di diecimila mistici oziosi."

Salutò educatamente e uscì.

Le mani di Sahib tremarono.

Il giorno successivo riaprì la fabbrica.

sabato 24 gennaio 2026

La tua estate interiore (A. Camus)



"Nel profondo dell'inverno, ho finalmente imparato che dentro di me c'era un'estate invincibile."

Questa frase non è mai stata pensata per confortarvi. Quando Albert Camus la scrisse, non voleva rassicurarvi. Non prometteva che le cose sarebbero migliorate. Non suggeriva che la sofferenza abbia uno scopo nascosto o che il dolore si trasformi magicamente in significato se si aspetta abbastanza a lungo. 

Stava dicendo qualcosa di più freddo e molto più forte. Che si può perdere tutto ciò che è esterno e non essere comunque sconfitti.

Camus non scrisse filosofia per rendere la vita più leggera. La scrisse perché la vita può diventare insopportabile e le illusioni prima o poi crollano.

Egli era ossessionato da una domanda: come può una persona continuare a vivere una volta che ha pienamente compreso che l'universo è indifferente, silenzioso e non offre garanzie?

L'inverno, nell'opera di Camus, non è stagionale. È esistenziale. È il momento in cui il significato scompare, in cui le narrazioni si sgretolano, in cui la speranza smette di funzionare come una volta. In cui lo sforzo non garantisce più una ricompensa. In cui la perseveranza non riceve applausi. In cui la sofferenza smette di insegnare lezioni e semplicemente... continua.

L'inverno è il momento in cui l'ottimismo fallisce, e Camus si rifiuta di mentire al riguardo.

Ne Il mito di Sisifo, smantella le storie confortanti che gli esseri umani si raccontano per sopravvivere: certezza religiosa, significato metafisico e redenzione futura. Non lo fa per crudeltà. Lo fa perché la falsa speranza crolla sotto pressione. E quando succede, porta con sé le persone.

Il punto di partenza di Camus è brutale: la vita non ha un significato intrinseco. L'universo non si spiega. Non c'è alcuna giustificazione cosmica in attesa alla fine. Il divario tra la nostra fame di significato e il rifiuto del mondo di fornircelo è ciò che lui chiama l'assurdo.

La maggior parte delle filosofie cerca di sfuggire a questo divario. Camus rifiuta. Insiste affinché restiamo dentro di esso, che restiamo svegli dentro di esso. È da qui che nasce l'estate invincibile. Non dalla speranza. Non dalla fede. Non dall'ottimismo. Ma dal rifiuto.

L'inverno è quando il mondo ti dice di cedere.

Ti dice che il tuo sforzo è inutile.

Che i tuoi valori sono ingenui.

Che la tua resistenza è sprecata.

Camus non discute con l'inverno. Ne accetta le condizioni. Sì, il mondo è indifferente. Sì, la sofferenza è reale. Sì, non c'è una soluzione definitiva che ti salvi. E tuttavia, non le cedi il tuo clima interiore!

L'estate invincibile non è la felicità. Non è la gioia. Non è fingere che le cose vadano bene.

È la resilienza senza illusioni.

È la decisione di rimanere vivi, lucidi e interiormente intatti anche quando nulla all'esterno collabora. Di continuare a scegliere, agire, prendersi cura senza aspettarsi che l'universo ti convalidi per questo. È qui che Camus viene spesso frainteso. Le persone leggono quella frase e ne sentono l'ispirazione. Ciò che in realtà descrive è disciplina. Struttura interiore. Un rifiuto di esternalizzare il proprio stato interiore a circostanze che non si possono controllare.

L'inverno spoglia tutto ciò che è esterno: status, slancio, convalida e le narrazioni sul progresso. Quando tutto questo scompare, si scopre cosa (se c'è qualcosa) esiste sotto.

Per Camus, l'estate invincibile è la consapevolezza che qualcosa rimane. Non un significato imposto dall'alto, ma una vitalità generata dall'interno. Non uno scopo imposto, ma una coerenza che si costruisce. Non la speranza che le cose migliorino, ma la determinazione a non disintegrarsi se non lo fanno.

Ecco perché Camus ammirava Sisifo. Non perché il compito sia nobile. Non perché il risultato sia importante. Ma perché Sisifo conosce la verità della sua condizione e continua a spingere la roccia.

Non c'è più alcuna illusione da perdere. Nessuna menzogna da proteggere. Nessuna fantasia da far crollare.

In questa chiarezza, Camus individua la libertà. L'estate invincibile è ciò che rimane dopo che la disperazione è stata completamente esaminata e rifiutata, non perché sia ​​falsa, ma perché è insufficiente. La disperazione spiega la realtà, ma non esaurisce la capacità di reagire ad essa.

Camus sta dicendo: non hai bisogno di speranza per continuare. Hai bisogno di sfida.

Hai bisogno di essere silenzioso, persistente, interiore.

Ecco perché il suo lavoro appare diverso quando la vita si fa dura. Quando le cose vanno bene, la filosofia esistenziale sembra astratta. Interessante. Opzionale. Ma quando la perdita colpisce, quando i piani falliscono, quando la certezza svanisce, Camus smette di essere intellettuale e inizia a essere pratico.

Non ti chiede di credere in nulla. Ti chiede di resistere senza mentire a te stesso. Di accettare il freddo senza lasciare che congeli la tua vita interiore. Di riconoscere l'oscurità senza lasciare che determini la tua postura interiore. Di capire che la resilienza non è uno stato d'animo, è una posizione.

Non aspettare che l'inverno finisca. Costruisci comunque il calore.

Questa è la parte più profonda della sua filosofia. L'estate invincibile non dipende dai risultati. Non negozia con il destino. Non ha bisogno del progresso per giustificarsi. Esiste perché scegli di rimanere vivo interiormente anche quando la vita esterna diventa ostile.

La positività nega il dolore. Camus lo fissa direttamente, poi si rifiuta di lasciarlo decidere in tutto.

Non c'è alcuna promessa qui. Nessun arco di redenzione. Nessuna garanzia che il tuo sforzo sarà ricompensato. Camus offre qualcosa di molto più duro e molto più duraturo: il mondo può essere freddo, assurdo, indifferente, ma non possiede la mia temperatura interiore.

L'inverno può circondarti. Non può definirti. Questa è l'invincibile estate. Non un sentimento. Non una convinzione. Una decisione che riprendi ogni giorno.

E Camus ti lascia con una domanda che è molto più impegnativa della speranza: quando tutto ciò che è esterno sembra congelato, cosa dentro di te si rifiuta di morire?

Perché quella risposta, qualunque essa sia, non aspetta il permesso: è già lì.