giovedì 14 luglio 2016

Terrone


Racconto scritto da ANTONIO CAMPANILE

Caracollante. Così ti vedo sempre, quando vaghi, quasi spaesato, per Mola. Ogni volta che ti scorgo il mio sguardo viene calamitato dalla tua persona. 

Eppure non hai nulla di interessante. Sei alto meno di un metro e mezzo. Non hai un look. I tuoi abiti sono sdruciti e sovradimensionati. 

Persino la coppola è più grande della tua testa. Fai fatica a camminare. Allarghi le braccia ad ogni passo, per bilanciare l’equilibrio instabile delle tue gambe arcuate. Il tuo sguardo è sempre sofferente. 

Mai una volta che ti abbia visto con un’espressione diversa da quella che ti corruga il volto dalla A alla Zeta. 

Solo, sempre solo. Anche quando sei sulla piazzetta antistante casa, quando trovi qualche minuto per sederti sulla panchina, non c’è mai nessuno che ti rivolga parola. 

Soltanto per qualche giorno ti ho visto con un quadrupede meticcio. Solo con un cane. 

Mi chiedo in continuazione quali pensieri passino per la tua testa, quali immagini aleggino nel tuo universo privato. Ma sbaglio a fare congetture. La risposta è semplice. 

Pensi alla campagna. Sempre. Pensi alla vita di cui sei orfano a causa delle leggi del tempo. Era dura, lo sai, quella vita. Ma era tutto quanto dava senso alla tua esistenza.

Ti piaceva alzarti molto prima dell’alba. Preparavi alacremente le cose da mangiare nella pausa di mezzogiorno: pane, pomodoro e qualche frutto. 

Tiravi su acqua fresca dal pozzo e lo mettevi nel cicinato. Poi ti avviavi. A piedi oppure, quando eri fortunato, su un traino del padrone di turno.

Eri un lavoratore perfetto. Silenzioso e solerte. 

Quando arrivavi in campagna il tuo umore mutava di colpo. 

Ti sentivi in simbiosi con la terra, che sapevi aver bisogno delle tue mani come la creta per un vasaio.

“Tutto viene dalla terra e tutto va alla terra”. 

 Era il tuo motto speciale, una frase tutta tua, anche se concepita in dialetto, che ti era sgorgata spontanea da quella fronte che di solito tracimava solo sudore.

Adesso che vai per il paese, ti senti un alieno. Il mondo attuale ti pare un pianeta completamente nuovo. 

Odii le macchine, le moto e tutto quanto si muova senza un animale che lo spinga. Ma la cosa che più non ti va giù è che questo pazzo mondo ha un gusto maniacale per lo sperpero. 

Osservi persone e persone che non fanno altro che comprare e gettare. Ti guasti la digestione quando vedi passare quei gran camion pieni di spazzatura, i mulini a vento contemporanei. 

Pensi allora a quando eri giovane. In paese non esisteva la nettezza urbana. Tutto veniva dalla terra e tutto andava alla terra. 

Il primo spazzino, che serviva Mola, comparve nel dopoguerra, quando cominciasti ad avvertire i primi refoli del cambiamento. Fino alle tempeste di oggi.

A parte un viaggio in bus a Roma, con i confratelli - che ti lasciò allibito - non hai mai varcato i confini di Mola. 

Ogni tanto, soprattutto d’estate, vedi gente forestiera per strada. 

E immagini le terre fantastiche dove essi vivono. Terre verdi, dove non manca mai l’acqua. 

Una volta, l’estate scorsa, ti è capitato un episodio che ti torna spesso alla memoria.

Faceva un gran caldo, era un giorno di primo agosto, verso mezzogiorno. Ti eri sospinto fin verso il mare, dalle parti del vecchio ospedale. 

Ti eri fermato alla fontana, quella vicino l’edicola, per bere un po’ d’acqua. 

Stavi accingendoti a compiere quei movimenti, bradipici e rituali, che ti avrebbero permesso di sorseggiare con piacere quel liquido naturale e miracoloso. 

Non ti accorgesti della macchina sportiva che si stava accostando alla fontana. 

Solo quando il solito rumore rombante ti fu vicino vedesti scendere due giovani prestanti. Il loro accento non lasciava dubbi: erano forestieri. 

Ti si rivolsero con fare deciso, non avvertendosi che tu stavi già facendoti da parte. Non avevi fretta. Il tuo tempo è lo stesso della natura, lento e accomodante. 

«Ciao terùn!», ti aveva detto uno di loro, avvicinandosi al rubinetto.

Li lasciasti bere e li vedesti andar via, veloci.

Fu allora che, finalmente, togliendoti il berretto, ti avvicinasti alla fontana e cominciasti a bere. Poi, sollevandoti con lentezza, ti venne di guardare in direzione della macchina appena partita. Pensavi a quello che ti aveva detto il conducente. 

Il tuo italiano stentato non ti impedì di comprendere che si trattava di una parola che aveva a che fare con la terra, la tua amata terra. 

Fu in quel momento che le tue labbra abbozzarono, per la prima volta, qualcosa che assomigliava ad un sorriso.

martedì 12 luglio 2016

Esame di Stato 2016




La vita è una ripetizione di eventi interpretati da sentimenti mascherati con stati d’animo volubili.

Non ci rendiamo conto, ma sono innumerevoli le azioni ripetute che ci ritroviamo a compiere. Perfino le speranze entrano in questo strano gioco. 

Abbiamo preso la buona abitudine di rinnovarle in continuazione.

Per fortuna che non hanno scadenza, altrimenti saremmo stati costretti al riciclo per non deturpare l’ambiente psicologico.  

Se facessimo un conto sommario, sottraendo dal totale tempo vita, quanto ne consumiamo a rifare le stesse cose, la durata della nostra esistenza si ridurrebbe all’infanzia. 

Forse questo è uno dei motivi per cui è difficile crescere e diventare adulti ... in tutti i sensi.

L’esame di Stato è una delle occasioni in cui la monotonia dell’essere prende il sopravvento. 

In queste occasioni, una serie di azioni formali si ripetono fino alla completa rassegnazione dell’intelligenza.

Ovviamente, il punto di vista in questione è quello di un docente che non crede più sull’utilità dell’opera in cui si cimenta.  

Non credo di sbagliarmi molto, e non è necessario essere grandi osservatori per notare l’aria noiosa che si addensa intorno alla commissione mentre è nel pieno svolgimento del suo mandato.

Se non avente ancora capito a che cosa mi riferisco, vi offro un aiutino.

Ogni anno, alla fine di giugno, 8 o 9 persone si radunano per giudicare la “maturità” di un gruppo di alunni.

Questi signori devono marcare con un voto la qualità di ogni esaminando.

Si tratta di una specie di etichetta che i futuri maturandi si porteranno al collo in ricordo di una esperienza quinquennale.

Ma non illudetevi, perché i poveri commissari non possono smentire il “giudizio” espresso dal consiglio di classe. Questo è il biglietto da visita con il quale ogni studente si presenta agli esami di stato. 

Allora? Quale funzione hanno i commissari?

Se volete capirci qualcosa (di più o meno serio) dovreste girovagare fra le carte ministeriali esplicative che giungono soltanto al presidente di commissione. 

Si tratta di un mondo di norme costruite per disciplinare i possibili futuri ricorsi legali.

La vera realtà, invece, è possibile trovarla negli stati d’animo degli alunni. 

In quella riposa il lavoro dei docenti; qui ci sono i risultati (positivi o negativi) di quei professori che hanno tentato di dare il meglio di se stessi. 

Certamente, i professori non lo avranno fatto per lo stipendio, né per paura di un improbabile controllo e ancor meno, per un’ambizione riposta in altre direzioni.

Gli studenti, per fortuna, sentono ancora l’importanza di questa tappa della loro vita. 

Quest’ardore, queste emozioni, sono i flutti di vita che vengono inalati nell’entusiasmo calante dei commissari d’esame per rimanere vivi intellettualmente e non abbandonarsi completamente al passo lento della noia.

Per evitare di non aver chiaro in mente il senso che mi coglie quando mi sento inutile, mi rileggo la definizione di noia: 

La noia è uno stato di insoddisfazione, temporanea o duratura, nata dall'assenza di azione, dall'ozio o dall'essere impegnato in un'attività sostenuta da stimoli che si recepiscono come ripetitivi o monotoni o, comunque, contrari a quelli che si reputano più confacenti alle proprie inclinazioni e capacità. 

Quando la noia assume le proporzioni di una sensazione più accentuata e dolorosa si parla di tedio.”     

Purtroppo, anche quest’anno la pantomima degli esami di Stato si è ripetuta!

Non fraintendetemi però, non voglio trasmettere un messaggio negativo, magari legato alla scarsa professionalità dei docenti. 

L’intendimento vuole muovere la coscienza per una presa di consapevolezza su un principio d’esistenza che ritengo importante.

La natura umana se non riforma se stessa continuamente tende a perdere quelle prerogative che le sono proprie. 

Mi riferisco alla creatività, alla gioia di esistere e in fondo, a quella sottile non dichiarata fede di voler rappresentare la propria individualità in termini di unicità universale.

mercoledì 6 luglio 2016

Intrappolare i desideri



 

Capita a tutti di racchiudere nel proprio animo un desiderio, di farlo rimanere sull’uscio della propria casa senza aprirgli la porta. 

Tanti saranno i motivi per questo blocco. 

Paure inconfessate legate ad antichi insuccessi o frustrazioni irrigidiscono le decisioni e votano all’immobilità. 

Il tempo è un medico condotto che bussa a porte con serrature arrugginite. 

Allora, giunge il momento in cui queste pesanti porte rumorosamente si aprono. 

Inevitabilmente, si ritrovano quegli antichi desideri invecchiati, senza brio, capaci soltanto di evocare rammarico. 

Al termine di un lungo film si conosce la trama.

Quale sarebbe stata la trama, se fosse stata scritta da un desiderio?

Una vera vita vissuta!

Probabilmente, è un’ottima chiave di lettura della vita, se si usassero meno verbi al condizionale a vantaggio di quelli al presente!

Un ottimo stratagemma per intrappolare il desiderio nella realtà! 


martedì 5 luglio 2016

Quando a morire è una Lingua

 
 
Sul nostro pianeta si parlano circa 6.800 lingue. Ogni quindici giorni ne spariscono due e con esse muoiono antiche culture, usi, costumi, tradizioni, leggende, riti, medicine naturali.

Entro il 2100, il 90 per cento di tutti gli idiomi umani, sparirà per sempre. Le previsioni più ottimistiche dicono che soltanto la metà, sarà estinta. Quelle ormai irrimediabilmente perdute, secondo i calcoli dei linguisti, potrebbero essere tra quattro e nove mila.

Il 96% della popolazione mondiale utilizza soprattutto quattro lingue: il cinese mandarino, parlato da un miliardo di persone, come l’inglese, l’Hindi/Urdu (900 milioni) e lo spagnolo (450), seguito da russo, arabo, bengali, portoghese, giapponese, francese, tedesco, italiano. Il restante quattro per cento parla tutte le altre.

I ricercatori escludono dal rischio d’estinzione soltanto 600 lingue nel mondo, perché sono ancora insegnate ai bambini. In Canada e Stati Uniti, il 90% delle lingue native, non è appreso dalle nuove generazioni.

Su 300 lingue parlate sul territorio americano in età colombiana, soltanto dieci sono ancora utilizzate da gruppi superiori ai diecimila individui. In Australia si stanno estinguendo il 90% delle 250 lingue aborigene.

I quattro quinti degli idiomi sono usati da gruppi inferiori ai diecimila individui. Nell’area amazzonica peruviana soltanto cinque persone parlano ancora il Chamicuro.

Gli scienziati stimano che, in Africa su un patrimonio di 1.400 lingue 54 sono ormai estinte, 116 sono vicine all’estinzione, 250 sono minacciate e 600 in forte declino, ma in Sud Africa le lingue ufficiali sono solo l’inglese l’africaans.

In Asia meno di diecimila persone parlano circa la metà delle lingue autoctone. Nel ashmir il Brokshat è parlato da tremila persone, il burmese da 250, mentre nelle Filippine poche famiglie parlano ancora l’Arta. Il 90% degli idiomi umani non è presente su Internet.

I contenuti della Rete sono per il 68,4% in inglese; seguito dal giapponese con il 5,9%, dal tedesco con il 5,8% e dal cinese con il 3,9%. 

L’80% dei linguaggi esistenti non ha una forma scritta e la metà di essi è concentrata in otto paesi: Papua Nuova Guinea (832), Indonesia (731), Nigeria (515), India (400), Messico (295), Camerun (286), Australia (268) e Brasile (234).

Le regioni con la più alta biodiversità sono quelle più ricche anche dal punto di vista linguistico: le lingue parlate nelle isole, ad esempio, si sono sviluppate, come le specie viventi, in modo unico e completamente autonomo. Gli abitanti del piccolo Arcipelago di Vanuatu, nel Pacifico, parlano ben 110 lingue.

La perdita di lingue uniche, nella loro identità culturale e nei loro contenuti storici, (l’Igo, parlato da seimila persone nel Togo meridionale, molto probabilmente conserva tracce della migrazione africana occidentale) rende più difficile la nostra comprensione della diversità biologica.

I linguaggi utilizzati nelle foreste tropicali o sulle isole, sono notoriamente molto ricchi di vocaboli specifici per la descrizione della natura. Gli hawaiani chiamano i pesci con nomi che indicano il periodo di riproduzione, gli usi medicinali e i metodi per catturarli.

In Papua Nuova Guinea, le lingue locali comprendono centinaia di nomi diversi per ogni specie di volatile presente sulle isole, mentre il Pidgin, (un misto anglo-cinese diffuso in estremo oriente) ne comprende al massimo due.

Molti ricercatori studiano gli elementi strutturali della grammatica e del vocabolario, per capire se alcune regole fondamentali del linguaggio, abbiano valenza mondiale e se è possibile trovare un riscontro fisico nella struttura del cervello umano.