venerdì 3 luglio 2015

L'ultimo Duath di Rammas






L'ultimo Duath di Rammas stava morendo davanti ai miei occhi e non avevo ancora trovato una cura. 

Solo la fede mi guidava ormai, sempre più debole col passare del tempo. I suoi occhi avvolti dalle cataratte cercavano disperatamente nel mio viso il riposo eterno. 

Mi chiedevo quale sarebbe stato il destino di Rammas, cosa sarebbe sopravvissuto degli Archivi se il loro custode biascicava il suo lento delirio in un letto di tela. 

Guardai impotente la memoria di Rammas che svaniva, erosa dalle tarme del male insaziabile che ci avrebbe condannati tutti e per la prima volta ebbi paura. 

Le camere vennero sigillate, le finestre sprangate, solo il caldo soffocante e l'odore degli antisettici a farmi compagnia.  

Sentii su di me la forza del sonno stringermi in una morsa d'acciaio e mi ritrovai con mia somma sorpresa ad assistere affascinato al suo lento declino, il suo ritmico respiro sempre più lieve, abbandonandomi nell'appagante solitudine dei vapori di zolfo, delle pergamene sbiadite nelle lunghe ere. 

Persi la cognizione del tempo e in un raro lampo di lucidità mi trovai aggrappato al letto del grande savio ascoltando i misteri confusi, le meraviglie del passato e gli orrori del futuro pronunciati dalle sue labbra screpolate

Fu così che mi raccontò delle stelle: sfere accecanti avvolte nel fuoco primigenio, immerse nello spazio imponderabile, oltre i confini stessi di Rammas.   

Accennò a una grande conflagrazione, alla formazione della materia originaria, nubi immani contratte da potenze ormai perdute. 

Descrisse lo splendore dei primi lumi e mi parlò di come dai residui della loro nascita emerse la stirpe degli Ukthai, i signori della luce, bipedi implumi  che amavano più di ogni altra cosa le stelle e lavorarono con frenetica tenacia pur di ammirare lo splendore delle cuspidi dorate, la colonne maestose e le nubi luminescenti. 

E quando il loro mondo invecchiò e le torri delle loro città divennero grigie, si mossero in grande numero sulle loro bianche navi, conquistando con la forza della loro scienza lo spazio conosciuto, in una lenta ma irresistibile diaspora. 

Braccio dopo braccio la galassia fu conquistata. 

Il vecchio cominciò ad annaspare, le sue mani scarne attraversate da grosse vene si contraevano in spasmi ripugnanti. 

Un mostro. Un mostro di infinita crudeltà che dalla lande inesplorate fagocitava mondi interi. 

Neppure la luce delle stelle vi sfuggiva: il dominio Ukthai sul braccio della spirale era destinato a morire sul nascere, nelle tenebre dello spazio. 

Perché le stesse stelle che li avevano nutriti e cresciuti sarebbero scomparse.   

Inchiodati dal terrore, assistettero al loro declino, abbandonandosi alla follia con la medesima scrupolosità con cui erano sorti. 

Tarassa, la loro capitale fu saccheggiata e distrutta e i suoi abitanti si dispersero in quella che era l'ultima languida ondata senza speranza nell'universo vacuo e inutile. 

Vissero le loro effimere vite aggrappati ai ricordi delle stelle, venerandole come le divinità dell'età dell'oro e col pensiero che l'odio li avrebbe tenuti in vita, l'odio verso ciò che li aveva creati e che ora li condannava. 

Nel marasma della rovina, vagabondando di pianeta in pianeta giunsero a Rammas, che nella loro lingua voleva dire Memoria. 

E da quando esistono i Duath le loro memorie sono rinchiuse nell'Archivio. 

Questa è la terribile verità. 
Questo protegge un Duath. 

Ora che è morto non faccio altro che pensare alla sequela di orrori da lui descritti e nella mia mente vedo quei momenti con sconcertante chiarezza. 

Può essere questo velo oscuro e senza limiti, inesplicabile invero, la nostra fine? 

È davvero questo l'autunno gelido o siamo solo tanto miopi da non vedere oltre la superficie del mare congelato che ci sovrasta? 

Mi ritengo un uomo ricco di immaginazione, eppure mi è difficile immaginare l'esistenza delle stelle, potenze arcaiche diluite in tempi incalcolabili, ai guizzi di luce e al vento imponente che da loro si sprigionava, a mondi illuminati dai loro raggi  o a un mare che non sia nero e immobile. 

Eppure, a distanza di tanti anni guardo il cielo e spero ancora di vedere le stelle di cui i parlò il grande savio. 

Qui in città pensano che sia pazzo.

Brano scritto da Francesco Silvestris.
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