lunedì 27 aprile 2015

Ombre in cerca di padrone



opera grafica di Fabio Squeo



L’animo umano è complesso; tentare una sortita conoscitiva è un’esperienza affascinante che non crea nessun precedente.

Illustri psicologi si sono avventurati e hanno catturato qualche teoria interessante, ma hanno tirato fuori solo idee discutibili, anzi, hanno gettato benzina su un fuoco che già era parte di un incendio.

Un dato certo esiste. 
Ognuno di noi nascendo è costretto a sopravvivere.

Questa incombenza è un macigno che ci portiamo sulle spalle e che ci impedisce di guardarci attorno. 

Non riusciamo, per la fatica, nemmeno a guardarci fra noi, poiché rimaniamo paralizzati dalla diffidenza.

Solo parvenze di intimità ci leniscono il dolore di una solitudine voluta da una natura, di cui facciamo parte, ma non ne siamo padroni. 

La coscienza di una vita che dovrà terminare ci forza il pensiero della morte. 

Il crudele automatismo si innesca così: 
Sono cosciente di dover morire e mi affanno a rimandare quel momento, occupando il tempo a trovare il sistema migliore per ritardarlo”. 

Alla fine del percorso molti si rendono conto che hanno rincorso la propria coda, consumando il prezioso tempo vita.

Tutto questo mi ricorda la storia di un cane che, lasciato solo per intere giornate, al rientro del suo padrone, iniziava a rincorrere la propria coda impedendo al padrone di accarezzarlo.

Vi apparirà evidente che il cane divorato dall’ansia di rivedere il proprio padrone, chiedeva a se stesso di consumare un piacere per troppo tempo rimandato. 

Il meccanismo psicologico adottato dal cane ha funzionato in assenza del padrone, ma non gli ha consentito di raggiungere lo scopo per il quale il meccanismo era stato costruito.

In altre parole, il surrogato di un piacere ha fatto in modo che si sia dimenticato il vero piacere.

È verosimile pensare che, conducendo una vita in cui sbarcare il lunario ci impegna severeamente, diventi inevitabile posticipare o a non occuparci mai di questioni più vicine alla sfera umana.

Ed ecco che l’età e la cultura intervengono come bastone e carota per il povero uomo.

L’età, mentre avanza, ti costringe a sentire sempre più forte il peso del macigno e ti fa sperimentare a piccoli passi che cosa significa morire.

La cultura, come una droga, ti fa dimenticare il peso del macigno e abbassa la sensibilità alla stanchezza, sebbene a intervalli di tempo ti illuda di essere così speciale nell’universo fino a far apparire la morte come un’antipatica sosta o un angusto passaggio della natura.

Chi di noi è positivo al test della cultura è dominato dal super-IO (Freud e Nietzsche, mi perdonino) e pensa che grazie alla propria capacità di astrazione, di essere in grado di sopportare quell’antipatico passaggio senza rovinarsi i tratti finali della vita.

Allo sfortunato utente del proprio corpo, quel passaggio è durissimo. 

Soltanto la religione e il mistero potranno aiutarlo, poiché in questi sentieri non c’è bisogno di ragionare; basta la fede e la speranza.

venerdì 24 aprile 2015

Dove si trova la bellezza?






opera pittorica di Silvia Senna





Un famoso pensatore di nome Hume scrisse:


La bellezza delle cose esiste nella mente di chi le osserva”.


Con il permesso di Hume, avrei espanso la sua massima, così:


La bellezza del mondo esiste nell’anima di chi lo vive”.

martedì 21 aprile 2015

Oltre lo sguardo




 
opera pittorica di Silla Campanini

Un uomo, nei momenti in cui il lavoro lo lasciava libero, amava ritirarsi in piena solitudine e godere il cielo stellato di una tranquilla e tiepida notte d’estate.

Dire che era solo, gli sembrava un eufemismo!

Era circondato dal basso, da una fervida vita animale e vegetale nascosta gelosamente dal buio; dall’alto, era accompagnato da migliaia, milioni o miliardi di stelle. 

Il loro numero poco importa se tanta maestosità ti è vicino. 

L’uomo era seduto su grosso sasso pianeggiante che materialmente lo teneva legato alla madre Terra.

Sebbene fosse fermo, la sua mente non aveva vincoli e nemmeno limiti. 

Egli col canto del silenzio dava spazio alla sua anima.

Si chiedeva che cosa potesse renderlo più felice di quanto già non lo fosse. 

Godeva del suo mondo, aveva la consapevolezza di essere parte di un disegno. 

Non si spiegava perché era contento e perché quel disegno gli sembrava meraviglioso.

Gli giungevano sensazioni che le parole ancora rincorrono per descrivere quello stato.

Pensando che sicuramente ci fosse qualcosa che potesse renderlo più felice, azzardò alcune ipotesi.

Forse, se mi arrivasse qualche milione di euro, sarei più felice?

Subito scartò questa idea. 

Egli non si sarebbe più potuto sedere tranquillo su quel sasso, non avrebbe avuto tempo, si sarebbe perso nella foga di difenderli, investirli, usarli oculatamente. 

Avrebbe trovato tanti falsi amici e avrebbe perso qualcuno vero. 

Sarebbe passato per stupido, incapace, fortunato e tutti gli aggettivi che richiamano chi ha tanti soldi.

Pensò di scoprire per sé, una facoltà sopranaturale, come per esempio, vedere il futuro, comunicare con l’aldilà.

Ma anche questa idea gli sembrò balzana.

Avrebbe suscitato curiosità e indotto a far pensare a una pazzia emergente.

Naturalmente, aveva scartato a priori, la scalata al potere, l’investitura alla scienza e agli incantesimi della fama.

Non perché non le ritesse importanti, ma per il gusto della sua anima, poco si conciliavano.

Quell’uomo aveva chi credeva in lui; chi cercava la sua mano per camminare insieme; chi trovava spazio sul suo cuscino per dormire insieme; chi nel sonno, allungava il piede per cercarlo e continuare a dormire.

Quell’uomo aveva anche una stella in casa, che brillava continuamente nei suoi occhi. 

La stella che avrebbe voluto avere se la fortuna non gli avesse già donato.

Una stella silenziosa e attenta alle sue mosse.

Una stella per la quale ha sempre cercato il monte più alto della terra per stargli vicino.

La sua stella era una cometa, piccola e perduta nella galassia di un universo che riconduce tutto alla stessa unità di misura.

Mentre l’uomo pensava tutto questo, cominciò a convincersi che forse non aveva bisogno di nulla.

Improvvisamente una scena si presentò ai suoi occhi. 

Qualcuno, nel silenzio della notte incalzante, gli parlò.

Nonostante quell’uomo si fosse appena convinto che non ci fosse più nulla che potesse renderlo più felice, la voce misteriosa mise tra le sue mani una scatola chiusa e disse:

Questa scatola contiene ciò che potrebbe renderti più felice! Se un giorno capirai che cosa ti manca, allora potrai aprirla e troverai esattamente ciò che avrai desiderato”.

Passarono anni, quella scatola non fu aperta.

Quando l’uomo giunse al momento in cui tutti siamo obbligati, chiamò il suo grande amore e con la poca voce rimasta, lasciò la scatola, mai aperta, nelle sue mani e disse:

“Amore mio, ti dono questa scatola che avrei dovuto aprire se avessi avuto l’idea che qualcosa mi avrebbe reso più felice. 

Ma non sono riuscito a trovare nulla più importante di te e che mi rendesse più felice di pensare a te. 

Dove andrò, anche il contenuto di questa scatola non servirà ma potrà essere utile a te se non avrai avuto la mia stessa fortuna. 

Spero che anche tu possa non aprirla mai”.