lunedì 24 novembre 2014

Resta pensante



«Sto morendo, ma non potrei essere più impegnato a vivere». 
Così aveva scritto, nella sua ultima mail. 

E così l'ho trovato, quando sono andata a salutarlo per l'ultima volta nella sua casa di Thompson, nel Connecticut, pochi giorni prima che morisse: il fantasma di se stesso, ma incredibilmente vitale; il corpo fisico ridotto al minimo, quasi mummificato, tutto testa, pura volontà pensante.

 Restare pensante era la sua scommessa, la sua sfida. 

Per questo aveva ridotto al minimo la morfina, a prezzo di un'atroce sofferenza sopportata con quella che gli antichi stoici chiamavano apatheia: un apparente distacco dalla paura e dal dolore che traduceva in realtà un calarsi più profondo in quelle emozioni. 

L'unica cosa che contava era analizzare istante dopo istante se stesso e quindi la morte come atto oltre che nella sua essenza. 

Se Steve Jobs, morendo, ha lasciato detto «stay hungry, stay foolish», l'ultimo insegnamento di James Hillman può riassumersi così: «Resta pensante» fino all'ultima soglia dell'essere.

Il tempo qui sembra fermo, le lancette puntate sull'essenza ultima.

«Oh, sì. Morire è l'essenza della vita».

Com'è morire?

«Uno svuotamento. 
Si comincia svuotandosi. 
Ma, si potrebbe chiedere, che cos'è o dov'è il vuoto? 
Il vuoto è nella perdita. 

E che cosa si perde? 

Io non ho “perso” nel senso comune di “perdere”. 
Non c'è perdita in quel senso. 

C'è la fine dell'ambizione. 
La fine di ciò che si chiede a se stessi. 
E' molto importante. 

Non si chiede più niente a se stessi. 

Si comincia a svuotarsi degli obblighi e dei vincoli, delle necessità che si pensavano importanti. 

E quando queste cose cominciano a sparire, resta un'enorme quantità di tempo. 

E poi scivola via anche il tempo. 

E si vive senza tempo. 

Che ore sono? Le nove e mezza. 

Di mattina o di sera? Non lo so».

Posta un commento