domenica 30 novembre 2014

Storia di autostima





Una vecchia storiella racconta di una bimba molto timida ed insicura sotto ogni aspetto.

La mamma, preoccupata per il futuro di sua figlia, si consultò con un vecchio saggio per cercar rimedio.

Dopo un lungo colloquio, l’uomo saggio le regalò uno strano specchio che modificava i contorni di una qualunque immagine umana riflessa.

Il fatto miracoloso di questo specchio consisteva nel tipo di modifica che proponeva.

Per ogni età il profilo appariva modificato diversamente.

Diventava un normale specchio nell’età infantile, mentre non rifletteva più immagini per età molto avanzate. 

Per tutte le altre età, combinava giusti ritocchi per offrire l’immagine perfetta della persona.

L’anziano saggio chiese alla mamma di ornare la stanza della bimba con questo specchio magico.

Fu così che la bimba, incuriosita dal regalo della mamma, ogni mattina, dopo una piccola rinfrescata d’acqua, prese l’abitudine di guardarsi allo specchio.

Passarono prima giorni e poi mesi, la bimba assunse un carattere completamente diverso.

Mostrava una sicurezza sempre più evidente, un rapporto con il prossimo completamente rivoluzionato.

Aveva imparato a sorridere, perché era certa di essere bella.

Aveva imparto ad esporre le proprie idee senza temere le critiche, perché credeva nel proprio sapere e nei propri valori. 

Aveva conosciuto perfettamente il regista del proprio destino: se stessa!!




Lo specchio mostrava l’immagine della bimba come voleva lei stessa voleva che fosse.

Se provate a stare tra i leoni, prima o poi vi verrà spontaneo ruggire.

Mala-sanità?





Credo che i problemi possano soltanto intuirsi quando questi non si vivono sulla propria pelle.

Si sente parlare di “mala sanità” in Italia e tale termine è più memo chiaro nel suo significato ma assume un sapore di dileggio nel momento in cui diventi vittima.

L’aspetto che più fa rabbia nel riferirsi a questa malattia sociale è l’impersonalità delle azioni e quindi sulla ricaduta delle responsabilità.

La cattiva educazione, per esempio, è impersonale, se ne discutiamo in generale, per cui il maleducato è una sorta di idea comportamentale deprecabile ma non punibile in quanto teoricamente non personalizzabile.

Esistono alcuni settori dello stato, dove è facile attaccare la parola “mala”: mala-sanità, mala-scuola, mala-giustizia, ecc.

Chiunque abbia fatto esperienza in questo ambito capisce bene a che cosa mi sto riferendo. 

L’arte di rispondere rigidamente alle regole di protocollo, trascendendo dall’aspetto umano delle relazioni e con le intenzioni di focalizzare in ogni situazione il proprio interesse, credo che sia il seme da cui germoglia la parola “mala”. 

Un prof che svolge il proprio programma e determina le proprie valutazione in base al proprio tornaconto in risposta al servizio che deve svolge, trascurando tecniche e modi per compierlo nel rispetto delle persone con cui interagisce, ovviamente, contribuisce alla “mala”-scuola.

Gli effetti della “mala” nell’ambito dell’istruzione si riscontrano a lungo termine, condizionando per sempre la mente dei discepoli.

Allo stesso modo nell’ambito sanitario, un medico che dirige (“dirigente-medico” etichetta posta sui camici), sottovalutando l’aspetto umano o non considerandolo per niente, in nome della pratica efficiente e di interesse del suo operato, aiuta a diffondere la mala-sanità. 

La mia esperienza diretta su questa questione mi ha lasciato amareggiato e disincantato, avendo in mente il giuramento di Ippocrate sbandierato dalla categoria.

Riporto la parte inziale del testo deontologico dei medici.

Dovere del medico è la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell'Uomo e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della libertà e della dignità della persona umana, senza discriminazioni di età, di sesso, di razza, di religione, di nazionalità, di condizione sociale, di ideologia, in tempo di pace come in tempo di guerra, quali che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera.”

lunedì 24 novembre 2014

Resta pensante



«Sto morendo, ma non potrei essere più impegnato a vivere». 
Così aveva scritto, nella sua ultima mail. 

E così l'ho trovato, quando sono andata a salutarlo per l'ultima volta nella sua casa di Thompson, nel Connecticut, pochi giorni prima che morisse: il fantasma di se stesso, ma incredibilmente vitale; il corpo fisico ridotto al minimo, quasi mummificato, tutto testa, pura volontà pensante.

 Restare pensante era la sua scommessa, la sua sfida. 

Per questo aveva ridotto al minimo la morfina, a prezzo di un'atroce sofferenza sopportata con quella che gli antichi stoici chiamavano apatheia: un apparente distacco dalla paura e dal dolore che traduceva in realtà un calarsi più profondo in quelle emozioni. 

L'unica cosa che contava era analizzare istante dopo istante se stesso e quindi la morte come atto oltre che nella sua essenza. 

Se Steve Jobs, morendo, ha lasciato detto «stay hungry, stay foolish», l'ultimo insegnamento di James Hillman può riassumersi così: «Resta pensante» fino all'ultima soglia dell'essere.

Il tempo qui sembra fermo, le lancette puntate sull'essenza ultima.

«Oh, sì. Morire è l'essenza della vita».

Com'è morire?

«Uno svuotamento. 
Si comincia svuotandosi. 
Ma, si potrebbe chiedere, che cos'è o dov'è il vuoto? 
Il vuoto è nella perdita. 

E che cosa si perde? 

Io non ho “perso” nel senso comune di “perdere”. 
Non c'è perdita in quel senso. 

C'è la fine dell'ambizione. 
La fine di ciò che si chiede a se stessi. 
E' molto importante. 

Non si chiede più niente a se stessi. 

Si comincia a svuotarsi degli obblighi e dei vincoli, delle necessità che si pensavano importanti. 

E quando queste cose cominciano a sparire, resta un'enorme quantità di tempo. 

E poi scivola via anche il tempo. 

E si vive senza tempo. 

Che ore sono? Le nove e mezza. 

Di mattina o di sera? Non lo so».

venerdì 21 novembre 2014

I due uccellini




Un ramo oscillava al vento. 

Nascosto tra le foglie, un nido proteggeva un uccellino. 

Non pigolava ma aveva paura del vento. 

Amava il sole perché era caldo e luminoso.

Trascorreva le giornate cercando di veder oltre le foglie.

Un giorno, un'ombra apparve! 

Era un uccelletto un po' più grande. 

Era bello, tutto colorato.

Svolazzava di ramo in ramo perché gli piaceva conoscere il mondo che lo circondava.

Durante uno dei suoi frenetici voli, si posò sul ramo dove quell’uccellino timoroso attendeva di crescere.

Fu un attimo e si piacquero.

I due uccellini sembravano conoscersi da molto tempo.

Iniziarono a cinguettare insieme. 

Poi seguirono lunghi racconti. 

Si scambiarono segreti ed insegnamenti.

Non passò molto tempo, quando cominciarono a saltellare insieme.

Erano passi di danza e piccoli voli.

Sicuramente volevano volare insieme, liberi nell’aria primaverile.

Si dividevano tutto anche le piccole prede che catturavano giocando insieme.

Le nuvole erano lontane e la pioggia alla fine arriva.

Un nido tutto per loro, serviva.

Occorrevano ali grandi per costruirlo e poi bisognava anche scegliere il più bell’albero della zona.

L’amore mette le ali e le fa crescere se non si guarda in basso.


Si sa! Il tempo non aspetta nessuno.
 


E la primavera non dura molto.
  

Al Signor Criminale




   
Questa settimana hanno pubblicato su una rivista la storia di un uomo che ha ucciso suo figlio di appena due mesi, schiacciandogli le costole e sbattendogli la testa contro il lato della culla.  

Non indovinerete mai come il giornalista ha chiamato questo mostruoso personaggio.

Si riferiva a lui come "Frustrato papà"  !!!

Sicuramente un nome più neutro di "papà" sarebbe stato preferibile in questo contesto;  "genitore", per esempio.  
(Del resto, anche "frustrato" sembra delicato per la circostanza.)

I giornalisti dovrebbero porre più attenzione nello scegliere le parole da usare quando devono raccontare certe storie. 

"Mamme, papà e bambini" sono parole che potrebbero essere accettabili nel raccontare storie di marachelle o di pic-nic scolastici, ma non appartengono ai casi di abusi sui minori, povertà, o di delinquenza giovanile.

La stessa indignazione scattò per la descrizione fatta ad un uomo che dopo aver rapinato la filiale di una banca si dileguò a piedi

Il giornalista, nel raccontare la storia, disse:  

"... il signore è fuggito a piedi."

Questo uso bizzarro della parola "signore" per fare riferimento a un rapinatore di banche è simile alla tendenza degli scrittori di applicare il titolo onorifico "Signor" ai criminali.  

A meno che la pubblicazione ha una politica specifica, nessun buon senso suggerirebbe di offrire rispetto al criminale chiamandolo "signore".