martedì 13 maggio 2014

La gita a Praga(3)



(continuazione dell'art. precedente)

I tre giorni successivi a quello di partenza trascorsero molto velocemente, spesi nel girovagare nella terra di Jan Palach, intenti a provare le emozioni legate al vivere una città con tradizioni diverse. 

La lingua inglese, grande scoglio scolastico, mostrava ora la sua reale utilità e coloro che per anni avevano lesinato sforzi nel tentare di impararla, in quei giorni si aggiravano tra bar e negozi come sordomuti, costretti ad usare la mimica per ottenere una informazione o comprare un oggetto.

La città di Praga, come definita dalla collega di religione, nel suo centro storico si presenta come una bomboniera; bella di notte e intensamente vissuta di giorno. 

Passeggiando tra le vie ricolme di richiami d’ogni tipo, si nota la presenza di malaffare e di trappole per turisti sprovveduti. 

Giovani di colore, mani in tasca pronte a estrarre qualcosa, si aggirano come ombre minacciose. Più volte è capitato che questi si sono proposti agli ingenui ragazzi come venditori di merce pregiata o consiglieri disinteressati.

L’obiettivo dei miei ragazzi era catturare le attenzioni delle bellissime giovani praghesi. Purtroppo, l’approccio risultava quasi sempre viziato dalla fretta di andare oltre i convenevoli.

Personalmente, ho trascorso il cuore di una notte in discoteca con i ragazzi e mi sono divertito a osservarli nel loro ambiente preferito. 
Ho notato tanta energia venir fuori, tanta voglia di buttar via l’adeguamento ad una vita fatta di regole e di routine.

La mia mente correva indietro nel tempo quando alla loro età anch’io combattevo con me stesso per essere insieme con gli altri.

Il volersi divertire non emergeva spontaneamente, sembrava che lo si comandasse a venir fuori, a dispetto di una silente abitudine a vivere in un certo modo, lontani dalla eccentricità e dalle emozioni forti.   

Sono rimasto incantato per parecchi minuti, mentre il mio pensiero vagava sull’arco del tempo costellato di ricordi. 

I visi ridenti, sudati, erano i miei marchi della gioventù; erano i segni di un mondo allora diverso da quello attuale ma con gli stessi sentimenti e la stessa voglia di vedere tutto con gli occhi del cuore e della gioia.

Sono sempre convito che fare l’insegnante è un privilegio. 
Vivere e relazionarsi con i ragazzi è anche un modo per invecchiare piacevolmente. 

Sicuramente concorderete con me affermando che lavorare in una birreria è impossibile non assaggiare la birra e i ragazzi hanno molta birra in corpo.

ETT: Luigi, ti stai allontanando dal tuo racconto.

LUIGI: E’ vero! Ormai, mi è impossibile staccarmi completamente dalle mie riflessioni. Cercherò di rimettermi subito in tema.

Per il secondo giorno era in programma la visita al quartiere ebraico dove era richiesta una pausa alla leggerezza dell’essere in quanto incombeva una riflessione sulla triste memoria storica del popolo ebraico, vittima di una cattiveria epocale.

La maggior parte dei ragazzi, seri ma non troppo, hanno condotto la visita nelle sinagoghe forse in modo un po’ passivo. Non avevano un supporto storico-culturale adeguato per indurre riflessioni ed essere contagiati dal quel clima di tristezza che aleggiava intorno ai disegni dei bambini ebrei vissuti prima nei diversi ghetti e poi trasferiti negli odiosi campi di concentramento. 

Se trascuriamo le reazioni e i commenti fatti nel momento di indossare la kippah, tutta la loro visita mi è apparsa formale (dovuta perché era nel programma).

Per conto mio, ho girato per quei luoghi con in mente le scene raccontate da Primo Levi in “Se questo è un uomo”. Vi giuro che nonostante i miei quasi sessanta anni, ancora non trovo plausibili spiegazioni a ciò che in quel momento storico è successo.    

(continua nel prossimo articolo).

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