venerdì 25 ottobre 2013

Perdersi nel futuro


opera di Silla Campanini


Immerso nei miei pensieri fantastici, quelli che ai più, appaiono tanto inutili, quanto strani, mi ritrovai a sfogliare le pagine di un libro che, a giudicare dallo stato della copertina e dal colore delle pagine, doveva essere molto vecchio.

Cercai la data di stampa e sorprendentemente lessi: 12 maggio 1955.

Una terribile ansia mi prese, e non avendo fatto caso al titolo, lo richiusi per guardare sul frontespizio, e vidi: “Percorso di una vita”.

Capirete, che l’ansia cominciava a trasformarsi in paura, appena la fugace lettura di poche frasi puntate a caso, mi fece intendere che si trattava della cronaca della mia vita.

Richiusi il libro immediatamente e alzai lo sguardo intorno a me. Solo allora, notai che ero in un luogo pieno di libri di varie dimensioni, alcuni erano molto sottili, forse con la sola copertina, altri apparivano come grossi tomi impolverati.

Ripresi coraggio e tentai di sfogliare la parte finale del mio libro, qui ebbi una delusione, le pagine se pur vecchie, erano vuote.

Capii che non mi era possibile leggere con gli occhi del presente, infatti, quando tentavo di fissare lo sguardo sui quei fogli, vedevo solo pagine bianche, mentre quando lo distoglievo, quelle stesse pagine si riempivano di frasi.

Era la mia coscienza, il confine tra il presente e il futuro.

Quando si usano termini come prima, dopo, grande, piccolo si ragiona con l’innocenza di un bambino davanti al pallottoliere. Quel bambino si affida completamente ai suoi sensi per entrare in contatto con il mondo approssimato del genere umano.

Cancellando il tempo e lo spazio, rimarrebbe l’essenza primaria che corre davanti alla coscienza, senza poter essere mai raggiunta.

Per questa volta, permettetemi di smentire Einstein, a riguardo del primato in velocità della luce.

Se la luce è a portata del genere umano, nel senso che è percepibile, per forza deve esistere qualche entità più veloce, la quale, ovviamente, essendo fuori della nostra sfera conoscitiva, non la potremmo mai condurre sotto l’analisi della nostra ragione, puerilmente limitata e distorta.

Lo scienziato più impeccabile è colui che dell’ordine, della separazione, della logica consequenziale e del riscontro, ne fa un uso assiomatico, quasi inconsapevole.

Tutto questo arguire, mi porta a una facile e piacevole conclusione che la fine di questo mondo è solo un’insignificante lucina che si spegne, per riaccendersi in un’altra dimensione spettacolarmente bella, varia, magica e sorprendentemente oltre qualunque ottimistica aspettativa immaginabile. 

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