lunedì 21 ottobre 2013

La saggezza del silenzio



Opera di Silla Campanini 


Invidio chi ha sempre qualcosa da dire e che ritiene che quello che dice è importante per l’uditorio.

Le risposte che trovo per me stesso sono così insufficienti che trovo arrogante proporle agli altri.

Vi racconto una breve storia.

Partecipavo ad una riunione dalla quale dovevano emergere proposte organizzative per lo sviluppo di un progetto presente soltanto nella mente dei partecipanti.

Seguii ed ascoltai con molta attenzione interventi dotti, ma che mi imbrogliavano la mente.

Volevo alzare la mano e dire:

 -Ma che hai detto? 
- Ho udito tante belle parole ben miscelate in un fraseggio elegante ma non ho capito niente!

Non ho avuto il coraggio! Immaginate che figura avrei fatto?

Silenziosamente continuai ad ascoltare gli altri conferenti, pensando di avere un problema personale ed essere incapace di cogliere le sottili implicazioni del mio oratore.

Finì che mi annoiai!

Molti ripetevano la stessa cosa come se tra gli ascoltatori ci fossero ebeti e pensionati in dormiveglia.

Alla fine, il mio telefonino mi salvò!

Squillò tra lo stupore di tutti ed io, mostrandomi falsamente dispiaciuto, uscii dalla sala di riunione.

Rientrai dopo la ricreazione dello spirito e, per non apparire estraneo al dibattito, feci un intervento senza pretese.

Rimasi sorpreso per il credito suscitato! 
Avevo perso parte del dibattito e sentivo di essere in tema.


Mi resi conto che avrei potuto dire qualunque cosa e il risultato sarebbe stato uguale, con la semplice differenza di allungare il tempo del dibattito.

Al termine della riunione, il verbalizzante scrisse il riassunto delle nuvole di parole, cadute a pioggia sull'assemblea.

Qualcuno, me compreso,  uscendo dalla sala, si chiedeva: 
"Ma che cosa abbiamo deciso?".


Presumendo che ogni partecipante avesse le esatte coordinate di quel progetto, la probabilità che tutti stessimo parlando dello stesso oggetto, era già un valore percentuale minore di cento.

Aggiungiamo, come formaggio su una minestra comune, la voglia di protagonismo, la superficialità, l’incompetenza, la forma impropria di espressione, la malafede, l’ipocrisia, l’assecondare di circostanza, l’interesse, le inibizioni e i divieti psicologici e tanto altro ancora, otteniamo una lotteria comunicativa.

Questo quadro scoraggerebbe chiunque, dotato di un minimo di razionalità, ad intervenire nel dibattito.

Il silenzio appare la scelta del saggio.

Il saggio potrebbe, in alcuni casi, considerare dannoso il suo silenzio perché “vede” prima l’errore per sé e poi per quello che di riflesso provocherebbe alla comunità tacendo.

Decidendo di parlare, il saggio lo fa esprimendosi con semplici concetti e con poche parole.

Quando il saggio ritorna nel silenzio, l’uditorio deve avere compreso il beneficio ottenuto e il valore aggiunto al colloquio.

Aver parlato, in questi casi, si rivela più importante del silenzio.
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