mercoledì 1 maggio 2013

Il leone e l’orsetta


opera di Silla Campanini

Nel paradiso una folla di anime si accalcava per iscriversi alle liste delle nuove nascite, purtroppo, quella degli umani era completa, mentre quelle degli animali avevano ancora dei posti liberi.

Due anime Stilla e Goccia, volendo ritornare subito sulla Terra, decisero di accettare di rinascere nella forma animale.

Prima di decidere si scambiarono alcune riflessioni che riporto di seguito.

Goccia: Mi piacerebbe nascere leone così sarei in cima sulla catena alimentare e non avrei da preoccuparmi di nessuno, a parte l’uomo. 

Stilla: Vorrei farlo anch'io, ma mi dispiace tantissimo per il terrore che procurerei alle indifese predi.

Goccia: No, non devi preoccupartene! Non avrai coscienza del tuo operato; dovrai rispondere soltanto all'istinto.

Stilla: Bene! Allora, iscriviamoci a patto che potremmo riconoscerci quando saremo sulla terra. Io chiederò di nascere orso, così mi farò rispettare e potremmo cacciare insieme.

Al momento dell’iscrizione nella lista degli animali, Goccia riuscì a completare la procedura, mentre Stilla, ancora presa dalle sue incertezze, tardò fino al momento in cui la lista si completò e le iscrizioni furono chiuse.

Stilla dovette iscriversi nella lista delle nascite successive per ritrovare il suo amico.

Venne il momento in cui Stilla si ritrovò cucciolo d’orso libera e gioiosa di perdersi nei suoi giochi. 

Nonostante i continui ammonimenti di mamma orsa, ella spesso si allontanava dalla tana, vagabondando per il territorio circostante.

Su una sporgente rupe, fiero e minaccioso, girava lo sguardo di Goccia che da troppi giorni non mangiava. 

La vista panoramica gli fece scorgere da lontano l'orsetta Stilla e senza dar spazio alle esitazioni si lanciò in un forsennato inseguimento.

Stilla, vedendo la minaccia della sua vita venirgli incontro, cominciò a correre a perdifiato per raggiungere quanto prima possibile la sua tana.

La gracilità della piccola orsa e la considerevole distanza della tana, le suggerirono di raggiungere un luogo in cui potesse infilarsi ed evitare l’aggressione.

Pensò di muoversi in direzione di un torrente dove avrebbe avuto qualche possibilità in più di scovare un rifugio adatto.

La corsa ansimante era sostenuta dalla paura di essere raggiunta e questa, lentamente si stava trasformando in terrore poiché non vedeva nulla che la potesse nascondere o riparare.

Ormai il leone si trovava a pochi metri e l'unica via di fuga possibile che gli si presentava al cucciolo d'orso era un lungo tronco d’albero che si affacciava sul fiume come una canna da pesca.

Stilla, all'estremo delle sue forze, pensò: 

“Se mi spostassi fino alla punta di questo tronco, il leone non potrebbe seguirmi, poiché il suo peso lo farebbe cascare in acqua”.

Stilla sembrava che avesse ragione, ma non fece bene i conti con il suo peso che, sebbene fosse apparentemente sostenibile dal tronco, non era nei limiti per evitare la rottura e farla cascare disotto.

Caduto in acqua, Stilla fu travolta dalla corrente e trasportata verso le rapide.

Il leone con eleganti salti tra le rocce che emergevano dalle acque del torrente, si appostò in un punto di confluenza dei rivoli.

Di lì, l'orsetta sarebbe passato per forza.

La sfortuna volle che la corrente trasportasse Stilla proprio davanti all'affamato leone e mentre la poverina si avvicinava al suo destino, ricordò quel colloquio avuto in Paradiso con Goccia e gridò forte:

“Gocciaaaa...... Gocciaaaa....Gocciaaaa..., io sono Stilla! Ti ricordi di me?”.

Il leone s'irrigidì per un attimo dando segni di riconoscerla, quindi rispose:

“Stilla ti ho riconosciuta, ma non posso fare a meno di vederti come un pasto succulento, d'altronde dovevamo saperlo che siamo guidati dall'istinto. 
Dimentica chi eravamo nella vita precedente e se intendi sopravvivere, smettila di impietosirmi e segui l’istinto!”.

Detto ciò, il leone allungò una zampata che irrorò di sangue il viso di Stilla. 

Le strazianti urla di dolore che seguirono richiamarono l’attenzione di mamma orsa che casualmente si trovava lì, celata da un cespuglio mentre dormiva oziosamente riparata dal sole cocente.

La grossa mole dell’orso divenne fuscello al vento quando comprese il pericolo incombente sul suo piccolo e con inaudita rabbia, si diresse verso il leone, che dovette allontanarsi in tutta fretta prima di decidere dove cercare un'altra preda.

La natura non conosce cattiveria, pietà, comprensione, vendetta, cupidigia; 
essa esiste e diviene nell'armonia di un creato di cui noi umani cerchiamo ancora il costruttore.


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