sabato 30 marzo 2013

Parlando con Dio




Caro Signore,
Forse non è il periodo adatto per farti giungere le mie considerazioni ma, tenendo conto che tuo figlio è morto da più di duemila anni orsono e poiché tu sei perfetto, queste mie parole non ti offenderanno.

Sono nato, cresciuto e istruito alla tua fede e ora che sono grandicello un po’ di critica, concedimela.

Io faccio il professore e sono abituato a sviluppare programmi con i quali gradualmente aiuto studenti a comprendere questioni su cui anch’io ho precedentemente sofferto per capirle e poi assimilare. 

Tutto ciò dimostra che per poter giungere a trasmettere qualcosa sono necessarie capacità e propedeuticità di concetti.

Non potrei parlare della meraviglia dei programmi se non fossi sicuro che l’uditorio conosca i concetti fondanti dell’informatica.

All’età dei giochi mi hanno parlato di te, delle verità cristiane; mi hanno battezzato e di questo non ho nessun ricordo; mi hanno fatto seguire un corso di catechesi per giungere alla prima comunione, poi alla cresima e, come ultimo atto, al matrimonio.

Ti giuro che tutto è avvenuto in modo passivo.

No, non voglio colpevolizzare i miei tutori e l’istituzione ecclesiale, voglio solo manifestare il mio imbarazzo.

Non ti arrabbiare se punto il dito contro di te. 

La mia convinzione è che per la tua infinita bontà lasci fare un po’ troppo a noi uomini.

Noi abbiamo molta fantasia e immaginiamo tante cose che forse mettono anche te in crisi.

Ammetti però di avere un piccolo vizietto; come quello tipico dei grandi scienziati nostri: la distrazione determinata dalla grande differenza di spessore d’intelligenza e d’amore.

Se vuoi parlare con noi, devi sapere che la fede non basta!

Sei stato tu stesso a farcelo notare con San Tommaso.

Pretendi di spiegarci il Paradiso come fa il gatto con il topo, che lo mangia per fargli capire la sua missione.

Non ti dico dei miracoli!

Perché t’inventi le malattie se poi ci giochi con i miracoli?

Non vado oltre per non mostrarmi arrabbiato.

Non sono capace di immaginare l’oltre vita terrena senza di te ma per dispetto, potrei rifiutare il Paradiso quando sarà il momento.

Mi siederò sul gradino davanti alla porta e protesterò per non aver avuto modo di conoscerti pienamente quando ne avevo bisogno.

Certamente in Paradiso troverò tutto, ma a che servirà?

Essere beato senza vita è un’ingiustizia verso coloro che, non per scelta, hanno trascorso l'intera esistenza nella fame, nel dolore, nelle carceri, nella solitudine.

Se vorrai, allora, baratterò il mio paradiso con una miglior condizione di vita terrena per congruo numero di miei sconosciuti amici sfortunati.   

Firma: un anima del mondo.


P.S. So che per ora non potrai rispondermi ma da lassù, oltre al meraviglioso papa che ci hai mandato, fai qualcosa di meno divino e di più umano.


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