mercoledì 7 novembre 2012

Mamma, papà! Perchè litigate?




Una famiglia, agli occhi degli spettatori, appariva ideale. Marito e moglie erano sempre sorridenti e quando litigavano si mostravano come due attori in una farsa.

Due figli, maschio e femmina, vicini d’età, contribuivano a palesare atteggiamenti litiganti solo per gioco; sempre entrambi ubbidienti ai genitori, non mancavano di combinare marachelle puntualmente perdonate da genitori attenti, disponibili e comprensivi con capricci dei loro figli.

Le regole della sana convivenza e i valori fondanti dello spirito umano erano presenti nei loro modi di essere; naturalmente disinvolti e senza traccia di contraddizione nell’agire.

Entrambi i genitori lavoravano: lui, come affermato pubblicitario, lei in qualità di bravissimo architetto impegnata in part-time.

La famiglia viveva in un’ampia casa curata da una donna di servizio, elegante e discreta, in sintonia con il tono civile della comunità.

Un giorno il figlio minore, Paolo, rivolgendosi a suo padre disse:
“Papà, lasceresti mamma?”
“Che vuoi dire”- rispose il padre sorpreso dalla domanda.

“Dico, ti separeresti mai da mamma?”

Il padre non esitò a rispondere:
“Sarei matto! Lascerei una bellissima moglie, dei magnifici figli e poi per quale motivo?”.

Il bambino continuò:
“Mamma, invece, ci lascerebbe?”

Il padre ancora più sorpreso, replicò:
“Tua madre non lascerebbe mai dei gioielli come voi e non si abituerebbe mai alle stranezze di un altro uomo!”.

Il bambino voleva approfondire il discorso sebbene suo padre tentasse di liquidarlo con frasi chiuse. 

“Allora Papà, perché alcuni genitori si separano?”.

Il padre capì che doveva soddisfare la curiosità del bambino e per questo avrebbe dovuto scegliere con calma le parole giuste, quindi lo invitò a sedere e a prepararsi a un lungo colloquio.

- “Tesoro mio, è vero, ci sono alcuni genitori che si separano e ciò è un gran guaio per tutti i componenti della famiglia. Il motivo, strano a dirsi, discende dell’impazienza di molti adulti.”

-  “Papà non ti capisco.”

-  “Ricordi quando fummo sorpresi da quel temporale improvviso mentre passeggiavamo per la città?”

-  “Sì, ricordo, ma non vedo la relazione tra l’impazienza e il temporale.”

-“Mi spiego subito! 

In quell’occasione ci venne naturale correre per giungere prima possibile a casa. Vincendo quell’impazienza, io vi convinsi a fermarci sotto un riparo e attendere che la forza della pioggia calasse, prima di rimetterci con calma in cammino. 

In quei minuti di sosta forzata, stretti l’un l’altro, godemmo dello scroscio fresco della pioggia, osservammo la frenesia di coloro che avevano fatto una scelta diversa dalla nostra.

Il fatto più importante fu che nell’attesa imprevista sotto una grondaia, eravamo anche spettatori di noi stessi; ci sentivamo una famiglia con il piacere di percepire il nostro alito, di vedere le gocce stagnanti della pioggia sui nostri vestiti schiacciati e tirati sui fianchi.

Ricordi il tuo ridere quando il cappellino di mamma sgocciolò sul mio viso l’acqua raccolta tra i ripieghi?
In quel momento non pensavi alla pioggia ma soltanto alla mia buffa reazione.”

-“Esattamente, papà fu molto divertente! Però, continuo a non vedere il nesso.”

- “Se non ci fossimo fermati in quel luogo, ci saremmo sicuramente bagnati come pulcini e magari raffreddati.

Questa semplice decisione presa nel momento giusto e in un clima di allegra armonia famigliare, ha permesso di superare una difficoltà improvvisa fidando sulla bontà della mia proposta.

Immagina, invece, se tu avessi insistito nel voler continuare a correre o tua sorella avesse perso tempo a parlare dei capelli appena tirati dalla parrucchiera, o ancora, mamma si fosse preoccupata delle sue scarpe nuove in pelle, che cosa sarebbe successo?”

Ridendo, Paolo rispose:

“Ci saremmo fermati a discutere con la certezza che Angela avrebbe visto piangere i suoi capelli, mamma avrebbe visto le sue scarpe a macchia di leopardo ed io mi sarei bagnato come un pulcino.” 

Il papà continuò:

“Bravo Paolo! Hai centrato il problema.
Quando due genitori si separano, essi si lasciano sopraffare dai problemi che ognuno intende risolvere a proprio modo. 

Nel proporre la soluzione, ciascuno crede che la propria sia la migliore in assoluto e pertanto non vorrebbe vedersela contrariata. 

La generosità dello slancio affettivo, unita a una forte autostima, entrambe finiscono per imboccare un corridoio stretto a pareti rigide non idonee a smaltire la furia emotiva, determinando, di fatto, le condizioni per un conflitto di intenzioni dal sapore amaro.   

I genitori diventano duellanti che difendono una proposta che veste la presunzione di rappresentare capacità e valore del proponente. 

Non condividendola, l’opposizione manifestata si trasforma in una provocazione all’autostima e quindi in una minaccia alla propria libertà di espressione e di determinazione nella rotta del navigar comune. 

Il cuore dei litiganti si perde in una nuvola acre, densa di sensazioni negative poco predisponenti alla comprensione e alla tolleranza. 

Le vulcaniche reazioni a lento insorgere, si alimentano delle reciproche scorrettezze prima di diventare vere eruzioni.
Il risentimento, come acqua di condensa, si accumula nei cuori e contribuisce a inspessire le sue fibre rendendolo sordo alle buone emozioni.

Lentamente tra la coppia emerge un muro di divisione che si eleva per sorreggere i motivi dell’incomunicabilità. Il grugno e il silenzio tombale favoriscono la nascita di reconditi ragionamenti, solitari, molto benevoli con se stessi e poco imparziali, mentre si ricamano trame complicate ricche di presunzioni e subdoli intendimenti dell’altro partner.

Tutto si tende a giustificare se si punta l’attenzione verso se stessi, mentre si sfoga un’accurata pignoleria nella ricerca di piccoli particolari da erigere a prove inconfutabili in sostegno delle proprie ragioni.

Si diventa miopi e superficiali con fatti o situazioni che andrebbero analizzate serenamente e con generosa autocritica.

Si dimentica troppo spesso che la verità assoluta non la possiede nessuno e che la presunzione in questi contesti fa da padrona di casa.

Si somatizza il dolore per denunciarlo al mondo e ci si impregna di tanta commiserazione da utilizzare per prepararsi a sbandierare l’irrinunciabilità del proprio modo di essere, di esprimersi e di autodeterminarsi.

Il piccolo problema nato per caso, improvvisamente imbraccia il fucile dei grandi valori da difendere, cercando consensi che sicuramente arriveranno, poiché richiameranno la solidarietà degli estranei, difficile da negare alla bandiera che si sventola e che nasconde i problemi del portabandiera.

Quando ormai il temporale sarà passato, si affievolirà la convinzione sull’opportunità delle decisioni prese, ma i danni provocati saranno evidenti. 

Sulle pene e su dolori ereditati si potrà piangere per molto tempo, durante il quale la vita si consumerà stringendo con meno forza quell’inutile bandiera.

Soli, dolenti per un cuore che attendeva la promessa di una felicità boicottata, ci apprestiamo ad assistere al tramonto di giorni malinconici.”

Seguì una pausa.
Rattristito per ciò che Paolo aveva sentito da suo padre, cercò di riallacciare il colloquio.

-“Papà, forse vuoi dirmi che i genitori litigano per motivi stupidi e che poi raccontano a tutti gli amici storie concepite a modo proprio, quasi non vere?”

-“Per la grande maggioranza dei casi, io penso che sia proprio così! D'altronde qualunque incendio nasce da una fiammella aiutata dalla paglia e dall’ossigeno. 

Basterebbe un po’ più di pazienza, di bonaria tolleranza e attendere che il tremo emotivo attraversi la stazione della permalosità, dopodiché molte situazioni tragiche si trasformerebbero in comiche.”

-“Sembrerebbe che tutto si riduca a una questione di tempi!”

Il papà di Paolo, cercando di ricreare una situazione meno uggiosa, riprese:

-“Ti sarà capitato qualche volta di dimenticare il motivo per cui eri arrabbiato?”

-“Certamente! Ricordo una particolare occasione in cui quell’impicciona di Angela volle leggere sul mio diario la poesia che avevo scritto per la sua amica Rosa. 

Il mio furore si trasformò improvvisamente in imbarazzo nel momento in cui sopraggiunse Rosa. 

Angela le riferì della poesia e trasformò la scena in una piacevole opportunità per mostrare le mie propensioni poetiche. 

Ovviamente, avevo equivocato le intenzioni di Angela che, anziché curiosare, voleva far emergere le mie qualità nascoste”

-“Infatti, succede spesso che intendimenti buoni vengano travisati.”

-“Papà, tu come ti comporti con mamma? Non mi dire che non litighi mai!”

Ridendo, padre intuì che il figlio volesse fargli intendere che usare parole o conoscere i motivi per cui si litiga, non garantisce un comportamento corrispondente.

Egli innocentemente aveva sollevato un problema molto comune tra le persone e cioè l’atavica incongruenza tra il dire e il fare. 

Le debolezze umane fanno sì che il sapere delle virtù non corrisponda a comportarsi da virtuosi.

Dopo una breve tregua, utile a ricomporre la serietà dell’argomento, il papà continuò:

“Non posso negarlo altrimenti ti mentirei, però sono in grado di rivelarti ciò che in quei casi l’istinto mi suggerisce e che, in un certo senso, si allinea con quanto ti ho riferito.”

Paolo, con un furbetto sorriso, aggiunse:

“Papà, io sono tuo figlio per cui il tuo modo di fare, senza tanti ragionamenti, mi ha contaminato. Le tue motivazioni mi aiuteranno a capire la linea di pensiero sottostante ai miei modi istintivi di reagire, condizionati dal tuo modo di essere e dal tuo modo di comportarti nei miei riguardi!”

“Hai ragione Paolo! Il mio modo di essere non è quello perfetto, è un modo di <> l’esistenza tra le tante possibilità. L’importate è ottenere risultati adeguati a uno stile di vita sereno, in armonia con ogni componente della famiglia, dell’ambiente lavoro e in generale, della società.

Ammettendo che nel litigare le emozioni giocano un ruolo importante e ammettendo anche che si litiga per qualcosa a cui si dà un’importanza tale da non poter rinunciare a fornire il proprio contributo, è evidente che escludendo le emozioni e accettando la collaborazione di chi rivela lo stesso ordine di valori, sarebbero le condizioni utili a prevenire qualunque burrascosa contesa.

Ripetendo il concetto in termini più semplici, direi che per evitare di litigare basterebbe rimandare in altri momenti i confronti per i quali i toni della discussione salgono e la stima della persona con cui si colloquia, scende.

Per evitare che il continuo rimandare si trasformi in un ciclo eterno, servirebbe ricordarsi di modificare le condizioni iniziali di approccio al dialogo.

Per esempio, si potrebbe anticipare alla discussione un’idea divertente, preparare uno scenario piacevole, invitare amici comuni, rinverdire i motivi per cui si desidera stare insieme o qualunque altro sistema che induca sorrisi e benevolenza.    

Evitando le insidie dell’egoismo e considerando ogni persona rispettabile e unica, rispetto al nostro essere, proviamo a dimenticare le nostre idee per il tempo necessario all’ascolto di quelle degl’altri e vedremo sciogliere qualunque problema.

Al termine del confronto ci si sente più vivi e si diventa più ricchi di idee.”

Sorpreso dalla semplicità della risposta personale che il papà aveva dato al complesso problema della separazione coniugale, Paolo intervenne:

“Non capisco, comunque, perché molti genitori continuano a separarsi, considerando il fatto che basterebbe così poco per continuare a vivere felicemente con i loro figli.”.

Il papà, forzando a concludere il colloquio, precisò:

“Figliolo, la vita è fatta di cose molto semplici, sta a noi farle rimanere tali. 
In tantissimi casi, l’orgoglio, il non voler ammettere i propri errori, rende impossibile anche pronunciare semplici parole come: scusa, perdonami, e la più bella fra tutte le frasi: 
ti voglio bene. 

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